Enrico Cinaschi

è nato a Napoli 36 anni fà. Da allora non si è più ripreso. Dopo il solito iter scolastico, consegue una sofferta laurea in lingue letterature straniere con notevole ritardo, intervallando gli studi a varie occupazioni (facchino, staccabiglietti, lavapiatti, istruttore sportivo, musicista, traduttore free-lance) e accettando con entusiasmo tutto quello che la vita gli tira in faccia. Da quasi quattro anni lavora con notevole soddisfazione morale e materiale nel mondo dello spettacolo, come tecnico del suono per artisti italiani e stranieri. Scrivere, come ama ripetere, è prendere la disperazione per un orecchio e sbatterla dietro la lavagna. Questo estratto fa parte di una raccolta di impressioni intitolata "notti di velluto". I personaggi e i luoghi sono tutti realmente esistenti. Tutto sommato Cinaschi è solo un catalogatore delle verità altrui.

NOTTI DI VELLUTO

MERCOLEDI’

Questa sera ho deciso di fare un salto a salutare i miei.

"Mi straccerò i marroni ma per lo meno mangio qualcosa." mi sono detto.

Sull'autobus una vecchia bavosa non fa altro che gridare all'autista.

"mi faccia scendere, mi faccia scendere. Devo scendere qui, subito dopo il Credito Italiano. Glielo avevo detto, glielo avevo detto.."

"Okay" ha risposto il tipo al volante, "alla prossima mi fermo."

"Qui, qui si deve fermare, io devo scendere qui" ha continuato la donnetta.

"Ma cosa cazzo ti urli" ho pensato. "Per dio c'è una fermata ogni trecento metri, perché non ti dai una calmata. Suicidati, cazzo."

Quando diventiamo delle vesciche piene di scorreggie dovremmo farci fuori senza esitazioni. Ricordo che una volta, quando ero sano di mente, ci ho pensato sul serio anch' io. Ero lì che mi guardavo le vene e la lametta, in preda a una crisi sado-amorosadolescenziale e mi dicevo che era solo questione di un attimo. Cazzo, l’attimo com'è venuto se n'è andato. Al suo posto è arrivata, lenta e inesorabile, una risata infinita. Una sensazione calda e densa mi è salita fino alla bocca. Credo che si chiami senso del ridicolo. E’ stata la prima e unica volta.

Questi invece non hanno un grammo di decoro. Si trasformano in terrore puro, dalle ciabatte alla tintura per capelli.

Di fronte a me un giovanotto sui venticinque sghignazza.

C'è poco da stare allegri. Per strada non si vedono altro che persone spaventate, nel panico, fuori di testa.

La vita gli sta mordendo le caviglie a sangue. Sentono che stanno mollando, che prima o poi li inghiottirà interi e sputerà fuori giusto il cappello. Lo dicono i giornali, lo dicono in televisione. Deve essere vero.

Arrivo a casa dei miei e apro direttamente la porta, ho ancora le chiavi. Mia madre non sembra sorpresa, lo sa che passo un periodo nero. Mio padre è incollato allo schermo del suo ventotto pollici, manco mi vede. Anche se volessi salutarlo, il volume della televisione riempie la stanza come ovatta. Non sente più un cazzo, ma guai a farglielo notare.

Mi siedo anch’io davanti alla luce azzurrina, senza dire niente.

Questo tizio è in guerra con la mala, con la mafia non ho capito bene. Il classico ragazzone americano, mascella squadrata, spalle da guardaroba. Tre facce portoricane degne del miglior Lombroso gli hanno tinteggiato la camera da letto col sangue della moglie. Fucili a pompa, credo. Adesso lui è in cerca di questi figli di una buona donna. Li insegue dappertutto. In macchina, a piedi, sul tram, in aereo. Attraversa una laguna (deve essere tipo la Florida) su una di quelle strane imbarcazioni con l’elica gigante che troneggia come un maxi-ventilatore alle sue spalle. Un ora e venticinque minuti per beccarli tutti e tre, uno dopo l’altro. La crudeltà della punizione è direttamente proporzionale al tempo impiegato.

Cioè, in pratica l’ultimo fa una fine veramente di merda. Frullato di faccia nell’elicona.

A cinque minuti dalla fine si accende una sigaretta e pensa alla moglie morta.

Sapevo per certo che non ci meritiamo più di vivere su questo pianeta, ma dall’altra parte dell’oceano sono già un pezzo avanti con le pratiche per l’estinzione.

Mangio di fretta quello che trovo, mezz’ora e sono già in strada.

Dove cazzo corro poi, che tanto è tutto già successo. La vita mi sta diventando una scenografia di cartone con dentro un buco esattamente della mia misura. Non devo fare altro che arrivare più o meno in tempo e riempirlo. Il resto sembra andare avanti da solo, con o senza di me.

Così arrivo al solito locale, scendo i gradini e mi siedo. Appena ordino da bere si avvicina una tipa che conosco da poco. Centosessanta centimetri d'ossa, un viso accettabile ma molto mascolino sotto un caschetto ossigenato. Sorride, sembra felice. Almeno questo è quello che ha deciso di sembrare stasera. Mi attacca una tirata su di un uomo che le piace, che però ha una, ma poi loro due si sono baciati però adesso lui ha detto che parte per due settimane e lei non è sicura che sia vero, forse è una pausa di riflessione e allora cosa deve fare...

"Dio dei beduini" gli faccio, "mi sono ricordato che devo pisciare"

Mi sa che ci è rimasta male. Mi pento mentre faccio la strada verso il cesso, ma è ipocrisia pura. C’è la fila. Facciamo la fila, cazzo.

Piscio, mi lavo le mani e mi guardò nel piccolo specchio rettangolare. E’ montato appena sopra il lavabo, ad altezza da nano. Ci sono certe cose che per quanto mi sforzi, non capirò mai. Mi aggiusto i capelli e accenno uno sguardo accattivante. Ma a chi la voglio dare a bere...

Quando torno al mio sgabello, "casco di paglia" è ancora lì che pensa alle sue ultime quarantott'ore.

"E tu invece hai visto xxxx ultimamente ?", domanda.

Non afferro il nome.

"Non vedo nessuno, ultimamente" ribatto. Fila via, santa madonna, fila via.

Lo fa

Svuoto il bicchiere e ne chiedo un altro.

Bevo Jack Daniel’s e menta bianca. Da anni. L’opinione degli altri, barman compresi, è che sia una vera schifezza. Non sono sicuro che esista già un nome per questo cocktail. Lo abbiamo ribattezzato all’unanimità il "camionista". E’ forte, puzza ed è volgare. Magari un giorno incontrerò un camionista che indossa il tutù nei fine settimana e legge Tolstoj e allora sarà il momento di cambiargli il nome. Per adesso va bene così.