Andrea Corposanto

29 anni. Vive a Utrica, una masseria di braccianti a poche miglia da Larino, Molise. Appartiene a quella generazione di gottani in fraccia che ha preferito vivere in campagna come una pecora ingobbita piuttosto che…

PROCESSO A UTRICA

Napoli 1830

Ricordo che fui trasferito nell'aula giudiziaria come un cammello preso per la gotta, penzolavo come uno straccio lungo la sala centrale. Quando fu il mio momento mi accomodai su uno scanno molto largo davanti alla giuria. Il difensore d’ufficio, l’avvocato Silvio Cuglila, con cui avevo avuto un lungo colloquio la mattina, mi disse che tutto sarebbe filato per il verso giusto, l’importante era attenersi ai “fatti”. E io “i fatti” volevo raccontare.

Prima di proclamare l’inizio della seduta, il giudice chiese al mio avvocato se l’imputato fosse in grado di deporre una prima argomentazione da mettere agli atti, giudicando subito molto controverse sia la mozione dell’accusa che quella della difesa. Da una parte l’accusa di brigantaggio, atti sovversivi nei confronti della corona, omicidio multiplo e sequestro di persona che mi veniva mossa dagli eredi Cerapica e dall’altra la mia contraccusa di abuso di potere amministrativo di tipo feudale, concussione e strage deliberata.

La vicenda si svolse in un territorio in cui sia il feudalesimo che il brigantaggio cominciarono a diventare "questioni politiche", soprattutto dopo la cacciata dei Gesuiti avvenuta nel 1767. Si trattava di faccende di amministrazione, finanza, economia, tributi. Non esisteva una ragione morale, si contavano i quattrini. Appariva chiaro come la soluzione del caso fosse condizionato dalla veridicità di una versione rispetto ad un’altra e fu per questo motivo che l’avvocato Cuglila volle, senza condizioni, che fossi io stesso ad esporre una lunga requisitoria sugli accadimenti. E infatti, dopo avermi preso in disparte, mi consigliò di cominciare il racconto di questa vicenda dall’inizio della contesa, ovvero la gestione del patrimonio amministrativo dei Magazzini Generali di Utrica, anno 1809. “Signori della corte – annunciai – Il mio nome è Andrea Corposanto, sono nato a Montenegro il 1°settembre del 1795, e quanto mi appresterò a narrarvi è la storia di una nuova civiltà che l’abuso feudatario volle sottomettere in nome del potere e dell’ingiustizia…” Ci furono subito bisbigli sommessi nella sala, l’avvocato Garreta non tardò a rivolgere verso la corte il più classico degli “Io mi oppongo”. Il giudice, con un cenno della mano, fece intendere di aver accolto l’obiezione. Disse: “Avvocato Cuglila, dica al suo assistito di attenersi ai fatti, per favore... Questo non è un processo politico”. Ebbene ai fatti volli attenermi, signori della corte e i fatti sono questi: “La mia e altre sedici famiglie di lingua slava fuggirono da Montenegro e dalle province Illiriche al tempo in cui i turchi cominciavano a saccheggiare i nostri villaggi*. Sbarcammo nel Regno di Napoli nel giugno del 1809 e dal porto di Barletta fummo condotti verso la cittadina di Santa Croce di Grino, che voi tutti sapete essere florido e dovizioso centro agricolo nel cuore della Terrarsa, o Capitanata, come dir si voglia... Quel giorno il caldo soffocante aveva reso la nostra carovana particolarmente ansiosa di raggiungere le abitazioni che ci erano state assegnate dall’uditore regio di Trani, di cui purtroppo non ricordo il nome... Avevo appena quattordici anni e mi si perdonerà una certa superficialità su faccende amministrative di quel tempo... Dunque, signori della corte, una volta arrivati nella masseria di Utrica ricordo solo un vento rabbioso che radeva la valle come una scure, sfoltiva a poco a poco una nebbia ressa e incarnata, sembrava, signori della corte, che dalle altre valli risuonasse un suono fatuo e distante e che la corrente d’un tratto dovesse accomodarsi in quel luogo piatto, creando vuoti d’aria senza gravità. Due guardie a cavallo diressero la carovana verso la piazza centrale della masseria, sede ufficiale dei celebri Magazzini Generali. Ma in realtà, quello che i coloni notarono, signori della corte... (e questo è uno dei ‘fatti’ a cui mi attengo e che mi fu raccontato da chi visse quella terribile sventura...), furono solo alcune case coloniche sparse per la contrada che languivano nella valle come insetti schiacciati nella polvere. Altro che floridi magazzini, signori uditori... L’unica cosa florida di cui fecero menzione fu l’avvistamento di uno dei palazzi appartenenti al barone Claudio Cerapica, la cui famiglia è qui assistita in qualità di parte lesa. Un palazzo dalle ringhiere di bronzo in stile neoclassico, con le mura bianche e lisce come tavole di gesso. Un ufficiale in tenuta da riposo, con un piccolo cappello messo di traverso sulla fronte bassa, assegnò ad ogni famiglia una casa, dieci versure di terra ad uso di semina e due versure ad uso di pascolo sulla mezzana della terra stessa, un proporzionato assegnamento di animali e alcuni strumenti rurali. Gli affittuari stipularono un contratto di locazione e ognuno raggiunse il proprio villaggio. E vi assicuro, signori giurati, che tale locazione corrispondeva neanche alla mezza parte di ciò che ci spettava come affittuari... ” “Obiezione! La concessione della locazione non ha mai avuto un testo attendibile... Fu decretata durante la reggenza Murat... E lo sappiamo tutti che quella concessione sarebbe decaduta non appena i Borboni fossero stati restaurati... Signori della corte, quelle riforme dissennate sono favole da raccontare alle ballerine... I francesi ci hanno perso la monarchia*, signor giudice...“ urlò l’avvocato Garreta non appena conclusi la mia prima deposizione. “Obiezione accolta...", rispose il giudice. Cuglila sogghignò beffardo, mi offrì uno sguardo complice e subito dopo chiese di prendere la parola. Disse: “Signor Giudice, quando mi si prospettò l’eventualità di assistere il qui presente imputato, non mi lasciai sfuggire la possibilità di interrogare chi meglio di tutti avrebbe potuto dare spiegazioni circa questa riforma* sulle censuazioni, ovvero l’uditore regio del tribunale della dogana di Trani... Proprio quello di cui il mio assistito non ricorda il nome.... Il dottor De Dominicis, il quale mi assicurò che tale riforma era stata già avviata ai tempi del Tanucci* e che prevedeva sia un graduale dimezzamento delle gabelle, sia una precoce estensione delle mezzane, cose che non avvennero, signori della corte, per colpa del feudale metodo amministrativo del barone Cerapica. Il De Dominicis fu molto critico sul sistema con cui la dogana di Santa Croce di Grino accettava tale riforma... Sistema che alla gente sembrava vantaggioso perchè rendeva 400 mila ducati... Ma ai funzionari della finanza invece sembrava ancora poca cosa, perchè l’estensione di quel suolo avrebbe potuto fruttare ben due milioni di ducati, abitarsi da 100mila persone una provincia che avrebbe potuto alimentarne addirittura 300mila... Mi dia ascolto signor giudice, fu la feudalità, qui ampiamente rappresentata, la causa della sconfitta della monarchia francese*, non certo una riforma civile come questa...” Garreta tacque piccato. Cuglila lo guardò con iattanza, estrasse un sigaro dalla tasca e se lo infilò in bocca. Ci furono commenti in sala.

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Nonostante ripetute obiezioni non accordate all’avvocato Garreta, il giudice stabilì che da quel momento avessi piena libertà di relazione. Infatti chiese al mio avvocato di concedermi la facoltà di raccontare tutto nei minimi particolari e che solo in una seconda udienza, atti alla mano, l’avvocato accusatore avrebbe potuto obiettare punto per punto la mia lunga testimonianza. L’avvocato Garreta sembrò ricalcitrante, ma poi, considerando più facile in questo modo avversare le mie dichiarazioni, annunciò che i suoi assistiti, gli eredi Cerapica, da quel momento in poi si sarebbero avvalsi della facoltà di non rispondere ad eventuali interrogazioni della difesa. E così l’avvocato Cuglila mi autorizzò a vuotare il sacco. Il nodo da risolvere erano le figure di Vladimir Drazevic detto “Il Mandra” e Margherita Kuzic detta “La Bandita”, considerati dall’accusa i veri protagonisti di quegli atti criminosi di cui anch’io ero stato accusato. “Signor giudice. Vladimir Drazevic, detto il Mandra, era il più giovane dei cugini di mio padre. Egli appartiene a quella specie umana che, per spirito ribelle, predilige vivere in trincea piuttosto che morire in un campo di lavoro come una pecora ingobbita. Egli ebbe il torto di appartenere a quella generazione che amava la giustizia e disprezzava il lavoro, quella generazione che aveva urtato i corpi dei propri nemici e ne aveva sentito la callosità, il ganglio livido dei sentimenti derisi, oppressi e dimenticati. Vladimir Drazevic conobbe Margherita Kuzic alla Taverna del Gualco, lei era una giovane ventenne molto bella, rimasta orfana a Montenegro. Lavorava come cameriera in quel posto frequentato da viandanti, venditori di bestiame e agenti di commercio che sostavano durante la fiera ai magazzini generali.

La sera, signor giudice, era bazar. Altro che congreghe. In quel posto meraviglioso i musicisti picchiavano le zampogne come fossero rullanti sfondati, le fanfare incendiavano la sala in una rumba cocente di baci rubati e coppe di sambuca. Nel periodo della fiera le ragazze di un tale chiamato Joanir, a capo di un gruppo di tessitrici di cotone che veniva da Bari, intessevano amori clandestini con i ragazzi del posto, fino al giorno in cui se ne tornavano al loro paese come cicale sediziose, lasciando cuori spezzati ad annegare sotto cascate di birra gelata. Era un mondo di luna, signori della giuria. Un mondo senza lampioni, un mondo di vino stipato nei fusti, nei boccali delle vecchie cucine, traboccanti e gonfi come il mantice delle fisarmoniche. Un mondo fatto di luce soffusa, di candelabri, un mondo in cui le donne anziane abbassavano le velette e andavano dritte per la loro strada, con i loro abiti di lana bianca, i corsetti dal pelo stinto e le calotte…

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Passarono circa ventanni. Ferdinando IV di Borbone, signori della corte, di cui la mia gente ebbe sempre grande riconoscenza, era stato restaurato sul trono del Regno di Napoli nel 1815 e le provocazioni del barone divennero sempre più insostenibili. Quando minacciò di cedere la gestione dei magazzini generali ad una grossa cordata di affittuari napoletani che avrebbe trasferito la fiera in un villaggio sannita, cominciò una durissima faida che i giornali del tempo snobbarono solo per non screditare la nuova politica finanziaria dei vari Broggia, Genovesi e Filangieri*. Uomini illuminati e rispettabilissimi, sia chiaro, ma che non tennero fede ai principi della riforma, anzi si avventurarono in una straziante opera di smantellamento di tutto ciò che di buono noi avevamo realizzato. E lo sapete perche? Perchè il barone non faceva altro che screditare la nostra reputazione di ottimi braccianti agli occhi degli uditori regi che venivano a visitare i nostri villaggi. Mettete agli atti che una volta, l’uditore Pallante, mi sembra... fu sequestrato dagli zabaini baronali e derubato della cifra di 800 carlini... E indovinate a chi fu data la colpa? Al Mandra... signori della corte... E sappiamo tutti chi sono gli zabaini, ex-galeotti assoldati dai baroni per risolvere questioni d’onore... assassini senza spirito di parte, mercenari spietati a cui questo regno, purtroppo, concesse amnistia... E invece, la colpa cadde sul Mandra... Sull’uomo che oggi si accusa essere un brigante... E va bene, che brigante sia il Mandra e che brigante sia accusato di essere io stesso... Ma la giustizia, signori giurati... La giustizia nobilita soprattutto la rivolta degli uomini... Senza ingiustizia non c’è rivolta... E l’ingiustizia fine al denaro, signor giudice, cos’è se non un atto deliberato di brigantaggio istituzionale?”

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“Dunque, signori della corte. Venuti a galla i loschi piani del barone Cerapica, il Mandra radunò la folla e spiegato l’accaduto agli altri compaesani salì sul carro e convocò d’urgenza i suoi uomini. Poi, rivolgendosi ai capofamiglia, ordinò di organizzare alla meglio un piano di difesa. Tre uomini raggiunsero Santa Croce di Grino per creare tensioni nel paese e tenere occupate le guardie. Ma, come se si fosse appostato, il barone Cerapica uscì dal balcone della sua stanza e individuati i tre uomini a cavallo cominciò a sparare. Intanto ai Magazzini, io e il Mandra, dopo aver spalancato gli androni e fatto fuggire tutto il bestiame, sigillammo i cancelli del capannone e dirottammo la galeata verso un nascondiglio segreto. Era nostra intenzione minacciare una demolizione dei magazzini e non prenderne possesso, come poi fu dichiarato. Gli zabaini, distratti dal baccano provocato a Santa Croce di Grino, caddero apparentemente nel tranello, ma la fuga stessa dei tre uomini condusse la pattuglia delle guardie sulla strada di Utrica, dove stava avvenendo quel clamoroso dirottamento. Il Mandra, accortosi della loro presenza, cambiò improvvisamente rotta, io presi il suo posto alla guida della galeata e gli zabaini, tratti in inganno, lo inseguirono lasciandomi via libera. Dopo aver resistito ad un tenace inseguimento, il mio compagno riuscì a raggiungere la masseria dove abitava la Bandita, lasciò il cavallo in un viottolo oscuro del villaggio e raggiunse l’abitazione della ragazza. Erano le due di notte circa, e la masseria Del Gualco era silenziosa come un cimitero, le biaine e le ragade spernacchiavano tra le frasche, la lucciola già sentiva arrivare l’alba e smorzava il suo fuoco labile. Bussò alla porta ma la ragazza non aprì. Disse di non voler essere compromessa in questa storia, temendo di essere condannata per una questione di cui non riusciva ancora a capire il movente. Tutto era successo con molta rapidità e lei pensò che il Mandra fosse lì solo per procurarsi un alibi. Ma appariva chiaro come, nolente o volente, Margherita non avesse altra scelta, perchè se avessero arrestato il Mandra le indagini si sarebbero rivolte immediatamente verso di lei. Intanto si percepivano le galoppate delle ronde fare il giro del paese. Il Mandra, preso dalla foga, ispezionò la serratura, individuò il piolo e diede una grossa spallata alla porta. Irruppe nella stanza della ragazza e dopo averle annodato un fazzoletto sulla bocca se la caricò sulle spalle, la condusse fuori dall’abitazione e insieme montarono su un cavallo. Temendo di essere intercettati lungo la strada svoltarono per un tratto di campagna scosceso al di la del fiume Tavarone, raggiunsero un grande faggio ai piedi di una collina e lì si fermarono. -E allora, testafina, vuoi dirmi che accidenti ci facciamo qui?- chiese Margherita. Il Mandra si accese un mozzicone, annodò il cavallo ad un ramo robusto del faggio e si sdraiò per terra: -Smettila di brontolare. E’ giunto il momento di agire. Gli zabaini sono come i gufi, girano senza torce e dobbiamo aspettare l’alba. Andrea ci aspetterà alla Croce di Pruno, in un sotterraneo segreto... E’ lì che ci nasconderemo...-

Passarono venti minuti circa e in fondo alla vallata un fuoco incombente si estese tra i campi come una giostra di cristalli, l’alba cominciò a schiarire tra gli sterpeti in una ridda luminosa. Il Mandra balzò in piedi e scrutando in lontananza disse: -E’ il segnale... Margherita.... E’ il segnale... Mi credi adesso? Stanno dando fuoco ai magazzini... Siamo agli sgoccioli di questa faccenda tesoro e io ho bisogno di te...- Margherita rivolse verso il Mandra una specie di ghigno, si annodò i capelli e non disse altro.

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Intanto dal fondo della pianura una pattuglia di zabaini avanzava strascicando dietro di se una grossa nube di polvere. Il Mandra diede una speronata e cominciò una corsa indiavolata. Ma, dato il peso, durante la cavalcata parte della briglia andò per aria. Cercò di bloccare il cavallo con una ronca tagliente che teneva in sella, colpì l’animale sulle mascelle, infine sulla testa, il cavallo emise un rantolo, barcollò per venti metri e poi crollò al suolo. Dopo aver recuperato la carabina da caccia i due ragazzi attraversarono la strada calandosi giù da un dirupo, la pattuglia degli zabaini cominciò a sparare. Il Mandra, saettando come un serpente, riuscì ad evitare i colpi, imbracciò la carabina da caccia e si avventurò in un disperato fuoco di copertura. Margherita scomparve improvvisamente dietro a un precipizio. Gli zabaini tacquero. Si avvertì un silenzio di morte, come quello che si avverte quando l’acrobata salta sul trapezio. Una scia di odore di polvere da sparo percorreva la vallata come uno sciame di insetti pazzi fino a quando, alle spalle, la canna fredda e pesante di un fucile accarezzò il collo del Mandra, che fece rotolare a terra la sua carabina. Quando si voltò vide Margherita imbracciare un fucile, indicando di tenere le mani alte sulla testa. -Io non ci finisco nella merda per colpa tua Vladimir Drazevic...”, disse. Il Mandra non rispose. Tenne lo sguardo fermo e digrignante, gli occhi erano palle di sangue rappreso, sputò per terra il mozzicone e si mise le mani in testa. Intanto sopraggiunsero gli zabaini gracchiando come corvi, due o tre colpi furono sparati in aria in segno di vittoria. Poi arrivò il barone. Scese da cavallo, si avvicinò a Margherita e disse: -E adesso tesoro, se vuoi mantenere fede ai patti, andiamo a prendere Andrea...- Fece schioccare il gancio delle redini sul dorso del cavallo, si rimise in marcia e ordinò ai suoi di dividersi in due truppe.

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Dopo aver sistemato i puledri in un granaio abbandonato sulla strada per San Tomeo mi diressi verso Croce di Pruno, in un vecchio sottano abbandonato. Forzai l’enorme porta di legno ed entrai. Nei pressi di un pesantissimo sostegno scanalato c’era una botola che conduceva ad un sottopassaggio dove erano custodite armi e munizioni. Sotto una vasta cappa di polvere notai una breve scalinata in legno, che conduceva ad un corridoio dai muri scorticati. Intuii che quel corridoio si ricollegasse ad un’altra botola fuori dall’aia. Mi introdussi nel corridoio e utilizzando un cero riuscii a farmi luce. Caricai il fucile e attesi dieci minuti, fino a quando la seconda botola cigolò e cominciò ad aprirsi lentamente: -Vladimir, sei tu?- chiesi. Mi avvicinai lentamente tenendo la carabina da caccia a portata di mano ma appena fui nei pressi della botola sentii Margherita che mi disse: -Vieni fuori Andrea... Siamo noi...- Appena uscii fuori dalla botola Margherita mi puntò il fucile contro. Alle sue spalle vidi una coppia di sbirri a cavallo armati fino ai denti. Più in la il barone Cerapica teneva di mira il Mandra. Lasciai cadere l’arma dietro di me e avanzai con le mani in testa. Le guardie sistemarono me e Vladimir nei pressi di una staccionata di legno e ci bendarono. Fecero quattro passi indietro e puntarono i fucili. Non c’erano più speranze. Ci avrebbero imbottito di piombo e i nostri cadaveri sarebbero rimasti lì, in pasto ai lupi e agli avvoltoi. Mi tremavano le gambe, sudavo, sui nostri volti ormai senza respiro si manifestò un pallore rigido di spettri, signori giurati. Cominciai a mordermi le labbra talmente forte che un fiotto di sangue gelato colò sulla camicia. Ero in preda ad una crisi di nervi, avvocato Cuglila, mi creda, come quando sul patibolo, il condannato, in una esplosione di adrenalina, si dimena come un polipo cercando di esaurire immediatamente quell’attimo che passa tra il rumore dei caricatori e il primo sparo. Sentii il rumore metallico di quei caricatori e strinsi i denti ancora di più. Il respiro si bloccò all’altezza della gola. Tre, quattro colpi esplosero in rapida successione e il respiro riprese a strisciare lentamente nei polmoni. Fu un miracolo, signori della corte. I tre tagliagole caddero al suolo come sacchi vuoti sotto i colpi di Margherita, che ordinò al barone di liberare i prigionieri facendo esplodere un altro colpo in aria: -Conto fino a tre!- disse. Il barone scese da cavallo e venne a liberarci. Quando fu a portata di mano Vladimir lo disarmò, io e Margherita lo legammo e insieme lo scaraventammo nel sottano, piazzando sulla botola una pesantissima ruota da carro.

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Intanto, signori della corte, gli zabaini giunti a Utrica cominciarono a sfollare il villaggio, dando fuoco alle case e uccidendo a freddo chiunque tentasse di opporre resistenza. E dico ‘uccidendo a freddo’, signori della corte.... Le autopsie dimostrarono che circa ottanta persone furono uccise da arma da fuoco e su questo l’avvocato Cuglila può fornire ampie documentazioni.

Decine di carri si incamminarono in un lungo, misterioso esodo che ci avrebbe condotti nell’oblio. Qualcuno propose di cercare fortuna in qualche paese vicino, altri decisero di raggiungere il Passaturo della Madonna Nera, vicino al villaggio di Occhito, dove era stato eretto il gran santuario. Dalla Croce di Pruno vedemmo i carri dei nostri compaesani procedere a passo lento, i lumai intrisi di cera guidavano la strada, il tizzone della brace mandava una luce languida e saltellante. I cavalli trottavano come maggiordomi accorati, con i loro pennacchi al vento sembrava che fossero ad una parata di guardie svizzere, ignari della sciagura a cui andavano incontro. Per raggiungere il Passaturo della Madonna Nera avrebbero dovuto percorrere novanta miglia di strade scoscese, valicare due vallate e attraversare decine di villaggi. Quando la carovana passò per San Tomeo la gente serrò le porte, battendo i ponzoni sui muri per allontanare il demonio, urlando “zingari” per via della nostra devozione ad una madonna negra, signor giudice, considerata da secoli la madonna dei turchi. Peggio di tutti furono quelli di contrada Guffone, dove i cappellani, avvistata la carovana, si barricarono in casa sguinzagliando i cani e mostrando punte di ruccolo e ratini di frassino per allontanare le nostre ombre, viscide come vesciche di brina. Tutto il mondo sembrò rivoltarsi contro di noi. Io, il Mandra e Margherita raggiungemmo gli altri solo il giorno dopo. Quando chiesi notizie della mia famiglia, mio zio Dragan, a capo di tre gruppi di varie famiglie scampate all’eccidio, scrollò le spalle, mi prese tra le braccia e scoppiò in un pianto liberatorio. Mi disse che i miei genitori erano fuggiti verso sud con una carovana diretta verso la Terra del Lavoro. Tornai a Utrica con il mio cavallo stremato, ma non trovai altro che cenere e ombre, ombre di uomini e donne, signori della corte, uccisi in una battaglia che non aveva vinto nessuno. Le uniche salme che riconobbi furono quelle del mio amico Ivica e di suo cugino Drazen, trovati sotto un carro con una benda agli occhi e la lingua incassata fra i denti, anemica e blu. Il Mandra rimase nel gruppo in silenzio, fece un rapido sopralluogo alle salmerie e disse ai portacarro di dirigersi verso sud. Margherita offrì solo un tiepido sorriso e poi se ne andò con una carovana di passaggio verso il lato opposto. Quando i due si divisero il mondo sembrò involarsi appresso ai capelli neri di lei, alla sua bocca profumata che trasfondeva uno strano calore d’amore. Quanto a me, non mi restò altro da fare che prendere la prima corriera e dirigermi verso sud, sulle tracce dei miei genitori. Ma al valico che congiunge la Capitanata con la Terra del Lavoro decisi di costituirmi, perchè ormai si era propagata la voce che alcuni rivoltosi si erano messi in fuga verso Napoli e io, signori della corte, non sono un rivoltoso ma un uomo che cerca giustizia. Ed eccomi qua, signori uditori. Nudo, spoglio di ogni avere e probabilmente senza parenti. E mi rimetto con umiltà al giudizio della corte di questo regno che, signor giudice, fonda la sua restaurazione contro gli abusi della classe feudale e non contro la fida riconoscenza di quei coloni che, in quel caldo giugno del 1809, dissodarono con sudore e grande entusiasmo le dure zolle di quella contrada. Mi rimetto alle vostre ordinanze, sua eccellenza e chiedo clemenza, non per me, colpevole e ignaro delle leggi di questo regno, ma in nome di quei morti che pagarono il caro prezzo della civiltà, della tolleranza e del progresso... E ora, con il vostro permesso signor giudice, mi affido al giudizio della corte con la speranza che questo processo si concluda nel nome della giustizia”

Cuglila si congratulò e mi strinse la mano con forza, ravvivando i suoi piccoli occhi grigi. Disse: “Vedrà, Andrea, questo processo muterà il corso della storia di questo regno...” Subito dopo il giudice proclamò sciolta la seduta e io fui condotto al carcere di Poggioreale. Passarono circa quattro mesi e dopo varie udienze arrivò il giorno della sentenza. Agli eredi Cerapica furono confiscati i beni patrimoniali in Terrarsa per un valore di dieci mila metri quadrati di terra e una ammenda di un milioni e mezzo di ducati, Vladimir Drazevic fu condannato a sei anni per tentato omicidio e incendio doloso, Margherita Kuzic a trent’anni per omicidio plurimo mentre io fui assolto dall’accusa di brigantaggio ma condannato ad una pena di sei mesi per concorso in tentato omicidio. Nonostante il presagio di Cuglila l’effetto di quel processo non mutò il corso della storia, ma quando nel 1861 avvenne l’unità d’Italia sotto la reggenza dei Savoia e il brigantaggio si propagò nel regno come fenomeno meridionale, quel processo fu impugnato come una sciabola da chi, negli anni a venire, avrebbe costruito sulle ceneri indolenti della storia di Utrica un processo di libertà contro le sopraffazioni dei nuovi regnanti. Tra quegli avvocati ci sarei stato anch’io, Andrea Corposanto, grazie alla fraterna amicizia che mi legò a Silvio Cuglila. Conseguii la laurea in Giurisprudenza il 28 aprile del 1850, a quasi cinquantacinque anni. Tra il processo e la mia laurea vissi moltissime avventure, donne, taverne, rivolte mancate e agitazioni. Era una Napoli trepidante e calda di fascinazione, una Napoli piovosa e maledetta, fatta di malavita e occultismo, quartieri e borghesia. Una Napoli inghiottita dalla storia...