Federico Coni

ho ventidue anni e sono Sardo. Mi interesso di artigianato artistico e frequento il corso di Disegno Industriale presso l’Università "La Sapienza di Roma".
Considero musica e letteratura due fenomeni culturali che possono sposarsi bene tra loro. Possono integrarsi ed arricchirsi a vicenda.
Il sonoro supporta il testo e viceversa.

SKARTOS: BORN TO LOSE

"dedicato a tutti quelli che stanno aspettando"

 

-1-

Era l'estate del 2000. Un'estate caliente. Un'estate di merda. Un'estate che peggio di così non era possibile crederci. Un'estate all'insegna della tristezza, della depressione e, inizialmente, della rassegnazione etilica.

Non c'era nulla di attraente in quel paesino della Sardegna. Solo caldo, noia e desolazione: gli ingredienti giusti per spingere un ventenne all'autodistruzione. Con quei presupposti non si poteva vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.

Il buco era già stato tappato.

Da altri.

Mi presento: sono Puffetto Maria e i miei genitori hanno voluto giocarmi un tiro mancino alla nascita, consapevoli che al resto ci avrebbe pensato il destino.

L'unica cosa che poteva rincuorarmi era semplicemente che l'estate stava finendo; finiva l'arsura, finiva la voglia di scopare e non avere nulla da scopare, se non il pavimento della propria stanza.

Le persone si ricoprivano e per lo meno non si vedevano più corpi provocanti e persone con la bava alla bocca e gli occhi di chi chiede: "Me ne dai?", ben consci della risposta.

E poi, quella scarica di ormoni che ogni mattina spingono per uscire fuori dall'angusta dimora per rifugiarsi in qualche cosa di umido che non sia il cesso. E i telegiornali che ti mandano le notizie di chi va in ferie, di chi si diverte con la sua faccia da coglione e ti fa rosicchiare le palle dal nervoso accumulato.

E poi ci sono i milanesi di merda, che, anche se non mi hanno fatto nulla, sono sempre dei pezzi di merda, solo per il fatto di essere milanesi.

La giusta considerazione che uno può fare, nella migliore delle ipotesi, è che se sta solo si spara, se è in compagnia (gradita), rimanda di qualche giorno.

Dalla propria sorte non si scappa: tutto è già stato scritto!

Ma porco Dio, ma che cazzo devono aver scritto sulla mia sorte?

Sembra che l'estate sia fatta apposta per il divertimento e lo svago, e di conseguenza per evitare di pensare.

Ma perché mi hanno reso pensante? Ma perché mi hanno reso consapevole delle mie angosce? Ma perché devo stare male io, e invece non stanno male quelli che mi vogliono male?

Sono delle domande a cui non sono in grado di rispondere.

Ma sono poche le certezze che mi sono rimaste:

che le sigarette provocano il cancro; che il petrolio costa caro e la benzina aumenta troppo; che lo scioglimento dei ghiacciai polari favorisce l'innalzamento del livello del mare; che la figa, una volta che te l'hanno fatta assaggiare, è una cosa da avere sempre a portata di mano. E questo è tutto. Per ora.

-2-

Era un'estate per perdenti, di quelle veramente memorabili: mi faceva tornare indietro nel tempo, a due primavere fa, quando ero sicuro di avere toccato il fondo, quando fuori di casa il tempo sembrava brutto e non trovavo un cazzo a cui appoggiarmi psicologicamente. Ero debole e vulnerabile.

Sicuramente l'aspetto lugubre era legato ad una condizione mentale critica.

Il cielo grigio, nuvoloso, era un po' sinistro. C'era vento. Qualcosa però stonava: era il cinguettio di qualche stupido passero della nerchia.

Stavo leggendo troppo: Pavese, Stig Dagerman, Nico Berti; maturava in me lo spirito libertario e pessimista; ero libero come una rondine (per essere poetico), ma solo come un cane (per essere realista). Mi ero stufato; volevo sgranchirmi le gambe.

Indossai il cappotto marrone, quello lungo in pelle.

La barba incolta e a sprazzi ed i capelli scompigliati dal vento mi conferivano un'aria losca, poco raccomandabile.

Per le vie del centro non c'era nessuno con cui parlare.

Vagando per la strada vedevo lo squallore vivente: tante amebe sedute vicino al bar che mi guardavano, mi criticavano e sghignazzavano. Mi erano del tutto indifferenti quelle schiere di falliti, ma intanto proseguivo a mangiare l'asfalto con le mie possenti gambe.

Decisi di passeggiare per la campagna: "Così sto a contatto con la natura!" pensai. Sembravo pure un po' new age. Pensavo non fosse importante curare la propria estetica, se poi si doveva essere belli solo per se stessi. Proseguivo a piedi per la campagna, mi addentrai.

Riflettevo sulla primavera, la campagna rinasce, l'erba è verde, gli uccelli cinguettano: tutto è però pieno di fango, tutto poco bucolico, idilliaco. Il fango.

Di colpo il cielo si incupì. Stava tirando una brutta aria. Forse stava per piovere. Senza forse: pioveva. Peggio ancora: diluviava.

Ancora non riesco a spiegarmi cosa ci facessi in campagna.

Forse avevo bisogno di un contatto con la natura.

Beh! Il contatto l' ho avuto. Ero fradicio, infangato. La pioggia aveva reso l'erba viscida, e le mie scarpe slittavano senza problemi, facendomi scivolare più e più volte. Lampi e tuoni si manifestavano molto vicini. Cercai riparo sotto una pianta: il posto ideale per beccarmi una folgorazione, ma non avevo scelta perché la pioggia mi martellava la testa.

Mi misi a correre, cercando di arrivare alla strada; spesso inciampavo. Infine arrivai alla strada. Passavano le macchine. Cercai di fare l'autostop; nessuno mi caricò su: temevano che gli sporcassi i sedili e i tappetini, poi, non si sa mai, coi tempi che corrono, con la gente che circola in giro!

Continuava a piovere. Ripresi la mia corsa, ma il cappotto in pelle mi intralciava, arrivandomi alle caviglie. Lo tolsi e lo buttai via. Ora avevo freddo ed ero tutto intirizzito. Arrivai in prossimità di casa mia, ma non feci in tempo ad entrarci: un fulmine mi scelse come bersaglio.

Ma la sorte aveva in serbo per me qualcos'altro, non potevo fare una fine così insulsa!

La gente cattiva non muore mai: sono sempre i buoni ad andarsene.

Ma che vadano a farsi fottere tutti quanti!

-3-

Vi metto al corrente della mia infanzia.

Se è triste giudicate voi.

PUFFETTO. Si, mi chiamavo proprio così: Puffetto. Non è uno scherzo; i miei genitori mi hanno voluto chiamare proprio così. Pensavano: "Gli faremo un piccolo scherzetto, così tutti lo potranno prendere in giro e sarà sempre triste e infelice!".

Il giusto paio di genitori che tutti possono desiderare.

Inizialmente gli volevo pure bene.

Mamma mi allattava al seno, non mi dava il latte liofilizzato, mi ripuliva quando mi facevo la cacca e la pipì addosso, mi chiamava affettuosamente il mio Pucci Pucci preferito, o Puffettino della mamma tua, e gorgogliavo, ed ero contento e sorridente, senza dentini, tutto gengive…

Mio padre, poi, giusto per ridere, mi metteva un dito in bocca e mi incitava : "Dai, Puffetto di papà tuo, mordi il ditone!", e io mordicchiavo, contento come una pulce.

La mia famiglia era cattolica, quindi decise di farmi battezzare.

Le prime rogne arrivarono col prete, perché non voleva battezzarmi con quel nome: infatti non si era mai visto nel calendario di Santa Romana Chiesa un santo Puffo o un san Puffetto. I miei vecchi protestarono vivacemente e il prete, consultatosi con il vescovo, decise di battezzarmi appioppandomi un secondo nome: Maria… …e fui battezzato col nome di Puffetto Maria.

La cerimonia proseguì a casa dei miei con la distribuzione di biscotti, ciambelline e spumante per tutti, anche per il prete, che non mi voleva battezzare.

Fino a qui va quasi tutto bene; il babbo impiegato in banca, la mamma commerciante e via discorrendo. Un bel quadretto da famiglia borghese perfetta. Mancava solo il cane, perché a mamma non piaceva pulire - oltre la mia cacca- anche quella del più fedele amico dell' uomo. Ed io un cagnolino l' ho sempre voluto.

Ma il giorno che dovetti frequentare la scuola materna cominciarono i dolori; le maestre non sapevano come tenere a bada la masnada di mocciosi che ridevano gridando: "AAAH! AAH AH!! si chiama Puffetto! Si chiama Puffetto! Ti chiami Puffetto? Perché? Ehh?", e i più grandetti aggiungevano: "E Gargamella dov'è? Eh?" Io non capivo e piangevo, e le maestre non sapevano consolarmi.

Passano gli anni e io cresco.

Sono già alle elementari: da questo momento comincio a covare un certo rancore nei confronti della gente, dei bambini, dei maestri, dei genitori stronzi che mi avevano chiamato con un nome così stronzo, a me che neanche sopportavo l'azzurro.

Passa anche l'adolescenza, tra continui scoraggiamenti, crisi depressive… …ma comunque passa anche quella.

Stavo già cominciando ad abituarmi ad essere preso per il culo, quando un bel giorno mi innamorai di una fanciulla: era splendida, di una bellezza assurda, emanava tenerezza da tutti i pori, un vero e proprio confettino.

Tentai un timido abbordaggio:

- Nero è l'asfalto? - Dissi. - Mmhh ?!? - Mi vuoi? - chiesi. - No! - rispose lei. - Perché? - - Perché non so come ti chiami! -

A questo punto restai pensoso: cosa fare? Sputtanarmi dicendole il mio vero nome o dare un nome falso?

- Mi chiamo Andrea- dissi con un po' di incertezza. - Ma va' a cagare! - affermò la contessa.

Lei non mi volle credere. Io continuai un po' ad attaccare bottone, ma lei non voleva saperne. Io insistevo. Lei niente. Insistevo ancora. E lei sbuffava stufata.

A un certo punto passò il fratello maggiore in macchina, sgommando e sfrizionando per far vedere che era un duro, e lei (bugiarda) disse che la stavo importunando.

Lui scese dalla macchina e sbraitò: "Che cazzo vuoi?"

Ed io cercando di fare un po' l'ironico, inconsapevole che non era il caso, risposi: "Perché, si può anche scegliere?!"

E mi trovai riverso per terra, gonfio di pugni e calci.

E il mio corpo di colpi ne ha collezionati tanti: venivo usato come una specie di pungiball.

Puffetto.

Bel nome di merda!

Certo che i pronostici per la mia vita non potranno mai essere rosa e fiori.

Bel biglietto da visita!

Mi sfotteranno anche ai colloqui di lavoro! Quando avrò la possibilità di farne almeno uno, beninteso.

Cristo! Lo invochi e non arriva. E intanto aspetti che passi il tempo in maniera passiva, per non attirare altri malanni.

Quelli come me sono nati per soffrire: noi abbiamo una predisposizione alla rassegnazione e alla sopportazione del dolore, sia fisico che morale. Ci hanno fatto così.

Ma ci hanno fatto proprio male!

-4-

Avevo bisogno di indipendenza.

Con i miei avevo rotto già da qualche tempo.

Stavo lavoricchiando, facevo qualcosa ogni tanto, abitavo per conto mio in una catapecchia ricevuta non so come da qualche parente o giù di li.

Ma ero troppo sconsolato, abbattuto, triste.

Mi rendevo conto che la mia vita era vacua, non aveva un senso. Mancava sempre qualcosa. La stessa Cosa: il Frutto della disperata Ricerca.

Ero diventato una specie di ermafrodito: l'apparecchiatura maschile al solito posto, nel basso ventre, e la vulva in fronte, che lampeggiava quando ne passava una in carne vera. Mi sentivo come un animale nervoso perché prigioniero, e intanto aspiravo ad una serenità che non vedevo arrivare. E stavo sempre fisso con lo sguardo di un cane in calore rinchiuso in una gabbia e con la voglia di afferrare la prima cagna che passava.

Però non facevo niente per porre un rimedio alla mia situazione, restavo chiuso in me come un riccio, non tentavo di socializzare con il gentil sesso, davo l'impressione di essere misogino.

Non ero un misogino, i miei erano soprattutto problemi di comunicazione; avrei dovuto sciogliermi un po', non dovevo aspettare che la figa mi arrivasse dal cielo, perché dal cielo pioveva solo la merda degli uccelli.

Ero sempre sfiduciato, il mio potenziale nascosto rimaneva nascosto; non riuscivo a sfoderare il mio sex appeal , non credevo di averne uno anch'io; sicuramente se mi fossi accontentato di ciò che il mio contesto locale mi offriva starei stato meglio, ma… … la depressione che da tempo mi teneva compagnia mi spinse a bere, smoderatamente; ogni sera mi riducevo come uno straccio, irriconoscibile.

Fu così che entrai nel clan degli "Alcoolisti anonimi", che poi nell'ambiente erano gli alcoolisti più o meno noti.

Non avevo neanche il palliativo di sperare in Dio, perché ero troppo materialista.

Però ero consapevole che avere un credo poteva fare comodo, che l'illusione di un Dio poteva confortare, ed io non sapevo a chi rivolgermi se non stavo bene dentro. L'alcool aveva assunto le funzioni a cui Dio era mancato 1.

Chiaramente nelle bettole, nelle taverne che frequentavo non potevo incontrare nessuna: non era possibile incontrare nessun "oggetto" che potesse scuotere la mia mente dal torpore in cui era avvolta. Sta di fatto che il barista continuava a riempirmi il bicchiere; ma ad una certa ora il bar chiudeva i battenti e dovevo sloggiare.

La saracinesca era semi abbassata e puntualmente ci sbattevo la faccia; sbiascicavo qualche parola che poteva sembrare una bestemmia e mi incamminavo barcollando verso la mia dimora.

E le parole sbiascicate erano sempre un tintinnio metallico caduto dalla volta celeste.

Per qualche strana coincidenza una sera riuscii ad entrare in casa e ad arrivare fino al letto.

Ma ormai ero totalmente annebbiato, il mio corpo e il mio cervello erano intorpiditi dal troppo alcool. Feci un grosso errore nel coricarmi prono, a pancia in giù: infatti sopraggiunsero forti conati di vomito; la mia faccia era spiaccicata nel cuscino.

Ero stravolto, ma l'incoscienza mi aiutava a non rendermene conto. Stavo male, ma non ero in grado di capirlo.

Solo l'indomani, quando mi svegliai, mi scoprii tutto una crosta: i capelli facevano un tutt'uno con la federa del cuscino, la barba e i baffi sapevano di alcool raffermo e, nel complesso, sembravo un quadro di Jackson Pollock.

E mi sembrava un peccato rovinare un capolavoro artistico con un'insignificante doccia.

-5-

Ho sempre avuto il desiderio più sincero di sfogare tutti i miei appetiti più scabrosi e reconditi, perché in fondo al cuore, e dentro alla mente sono un vero e proprio porco…

Puffetto, ma come faccio a presentarmi così: "Ciao sono Puffetto! che, ti va di fare sesso con me?"

Non so se mi capisce qualcuno: voglio scopare, scopare, scopare!

E' un chiodo fisso, non riesco a pensare altro, ma non mi piace sfogarmi con una puttana; ne voglio una per me, solo per me; il fatto di pensare che possa essere sbrodolata da altri mi fa un tantino schifo.

Ma non posso permettermi il lusso di scegliere: quello che passa il convento è sempre buono, se non hai altra possibilità.

Chi si accontenta gode. Poco. Ma gode.

E poi non c'è sesso senza amore… In fondo sono pure romantico, un tenero con la impostazione da duro!

Manu mi consigliava di scrivere una letterina a Gesù Bambino, "non si sa mai, male che vada ti porta una bambola gonfiabile (a bocca!) " diceva.

Così avrei potuto usarla anche in estate come canottino! E avrei anche unito l'utile al dilettevole!

Ma quale diletto??? Ma quale utile???

Era proprio l'ultima spiaggia per non diventare un Franco qualsiasi. E allora si che sarei stato proprio poverino poverino.

Non mi piaceva come prospettiva; non sapevo guardare avanti, il mio futuro si prospettava grigioverde.

Stavo male, e poi non aveva più nessun senso quello che avevo, perché mancava il tocco magico di una donna, una donna che non riuscivo a trovare e che non andavo neanche a cercare.

Era il caso di trovare un rimedio. Non potevo vivere in questo stato di mediocrità.

Per fortuna in persone come me non si potevano scatenare i meccanismi che spingono a ipotizzare uno stupro (che parola grave!); perché mancava anche lo spirito di iniziativa! E poi sempre quell'atavico senso di colpa che ti metteva addosso la chiesa… E poi quel vago senso di incertezza di essere preso dalla legge, e allora si che c'era da piangere, la galera, gli altri compagni di collegio, il boss più prepotente che ti diceva: "Oggi tu sei la mia ragazza!" e tu non vuoi essere la sua ragazza, anche perché l'idea di camminare a gambe divaricate non ti piace, e tanto meno ti accarezza il pensiero di intrusioni non gradite nel retto…

Il contesto ambientale, geografico in cui mi trovavo confinato mi spingeva a frequentare la stessa gente, triste, grigia, priva di verve ed euforia: ma c'era ben poco da stare euforici.

Ma come poteva un giovane di per se tetro vivere così? Era una forma di sopravvivenza che rasentava lo stato vegetale.

Talvolta l'uomo tenta di aggrapparsi a qualcosa per restare a galla, magari fosse anche la merda.

Galleggia anche quella.

Ma quando è intenzionato a sprofondare c'è sempre qualcosa che lo tira sempre più verso il basso.

E qui, in questo luogo dimenticato da Dio, state tranquilli che chi è poco giulivo ha tutte le buone ragioni per esserlo.

Uno dei dieci comandamenti dice: "Non desiderare la donna d'altri". E' giusto. Sono pienamente d'accordo: infatti io non desidero la donna degli altri, ma ambisco alla felicità degli altri nell'averne una tutta per me.

O al limite, almeno in comproprietà!

Uscivo per strada e vedevo le coppiette che passeggiavano e sospiravo: "Beati loro! Chissà come sono felici! Chissà come si divertono, tutti così belli carichi!!!".

Se stavo in compagnia (la tribù dei bastoni, o manici che dir si vogliano), sospiravo anche di più, perché, considerata la combriccola, affermavo sempre più convinto: "Come siamo coglioni!"

Ma spesso preferivo dissociarmi dalla tribù per rifugiarmi nella mia tana, a crogiolarmi con le mie frustrazioni, a violentare il mio cervello in solitudine.

-6-

Ho già accennato al fatto che il mio paese è un buco di culo. Piccolo. Triste. Stretto. Privo di iniziative.

Un giovane dotato di cervello è costretto a pensare, fino a stare male.

Può diventare un teorico del malessere.

In questi frangenti la mia fervida immaginazione ha trovato uno spazio intellettuale al termine SKARTOS, parola ingrata e infame scaturita dalla mente ingenua di un mio amico, al tempo in cui eravamo tutti molto più giovani e speranzosi, ma sempre votati alla sconsolazione.

Lo Skartos è un soggetto a lunga scadenza, che riesce a convivere con il suo Io in maniera dignitosa, ma fino ad un certo punto, perché le pulsioni animalesche le sente anche lui, fa sempre parte della specie umana, e in quanto tale sente gli stimoli riproduttivi.

Innanzitutto, chi sono gli Skartos?

Potrebbero essere l'ennesimo gruppo ska.

Ma non lo sono.

Potrebbero essere dei soggetti dello stesso sesso che si riuniscono in gruppo per credere di non essere soli?

Avete indovinato, sono proprio loro.

O meglio, siamo proprio noi, cioè io (Puffetto), Grande Puffo, Quattrocchi, Tontolone, Brontolone, Zilly, Bue Grasso (credo sia ancora dei nostri), e poi ancora, anche se non lo vogliono ammettere, John e Solfamì (con l'amore virtuale), Albano e la sua rock-band .

Ho volutamente usato dei nomi fittizi, per la tutela delle nostre immagini.

Nel nostro clan devono essere inserite anche tante altre persone skartos, che però sono ignare di esserlo, o meglio, non conoscono l'esistenza del termine.

Questo è anche un appello alle persone sensibili: guardate, non abbiamo la lebbra, non possiamo contagiarvi alcun virus, non facciamo del male a nessuno: cosa credete che siamo noi, DELINQUENTI?

Skartos: un modello, una filosofia di vita. Si diventa Skartos per necessità, non per volontà, o meglio, si diventa Skartos anche per volontà… …degli altri.

Può essere Skartos sia l'uomo che la donna, in questo non c'è una discriminazione sessuale; l'aspetto fondamentale dello Skartos è la condizione di solitario, di soggetto privo di anima gemella, o comunque di altro essere con cui intraprendere una simpatica e vivace relazione.

L'uomo Skartos aspirerebbe volentieri ad una relazione con una giovane del genere alla mano, attraente e simpatica.

La tipa del genere come sopra però non è dello stesso parere; è strano, ci dicono che polo positivo con polo negativo si attraggono, mentre due poli uguali si respingono: bella e brutterello dovrebbero attrarsi, non respingersi; bella e bello si attraggono, quando invece dovrebbero respingersi.

La fisica dice un mucchio di cazzate.

La donna Skartos opterebbe volentieri ad una relazione con simpatico bonazzo di prima qualità. Ma il simpatico bonazzo difficilmente aspira ad una simile soluzione: ci risulta improbabile l'unione del superfigo con la sfortunata scorfana.

Ma allora, perché non optare per l'accoppiamento di un essere Skartos con una essere Skartos? È chiaro, perché lo Skartos per eccellenza è un edonista, cioè tende al bello, non allo Skartos del sesso opposto. Troppe pretese.

Diciamolo sinceramente: lo Skartos modello decide di restare solitario per non perdere i molteplici vantaggi che gli derivano dall'essere Skartos, ossia lo stato civile di Skartos.

Un uomo e\o donna cessa di essere Skartos non appena trova l'anima gemella, che non deve essere virtuale o a distanza, ma in vera e propria carne ed ossa. E certamente non è cosa facile.

Se pensate che sia una cosa facile perdere lo status di Skartos, beh!, vi sbagliate di grosso. Inizialmente occorre che si presentino le occasioni favorevoli: state tranquilli, qui non si presentano proprio, c'è calma, troppa calma, pace.

È logico: non c'è nessuno!

Credete anche di essere innamorati, ma l'unica compagna è Manola, colei che ti consola.

Manola è l'unica valvola di sfogo concessa al Pianeta Skartos. Ed una volta che, dopo tanto attendere (perché dovete sapere che lo Skartos è anche pigro, non ha l'iniziativa) si presenta l'amata e desiderata occasione, il socio che può abbandonare il Magico Pianeta, deve dare pubblica dimostrazione della consumazione di un atto d'amore con la sua metà davanti agli occhi di tutti i suoi colleghi.

Dopo di che, alla fine dell'amplesso, ci sarà uno scroscio di applausi da parte dei Sempreskartos, che si congratuleranno con il fortunato amico consegnandogli una tessera che lo autorizza, come socio sostenitore, a promuovere ovunque il modello di vita Skartos.

Effettivamente gli Skartos non si rallegrano con l'amico, anzi si rattristano maggiormente per la loro situazione e, sotto sotto, covano la speranza che, se entro breve non riusciranno a porre fine alla loro amara sorte, il loro fortunato ex collega perda la sua fiamma e torni con loro.

Proprio bastardi. Ma sinceri.

-7-

Ribadisco: l'estate del 2000 era una merda. Ne aveva tutti i requisiti base.

Assenza di donne, di divertimento, di droghe, poco alcool, poco mare, pochi spostamenti dal borgo natio. Non potevo colpevolizzare gli altri per giustificare il mio malessere, non ne avevo nessun diritto. Però mi serviva come alibi, dovevo pure trovare una motivazione in cui credere, ben sapendo che era un falso appiglio.

Non riuscivo mai a capire cosa avessi potuto fare di male per meritarmi una simile condanna.

Si vede che avevo una faccia rassicurante, perché riuscivo sempre a farmi carico dei mali altrui; era una cosa deprimente, ma gli altri si svuotavano con me.

Oltretutto interiorizzavo tutta la loro spazzatura aumentando il bagaglio delle mie turbe mentali.

Ma loro si sentivano compresi. Consolati per i loro errori, per le loro incertezze.

Ed io li, ad ascoltare, a provare a dare consigli, a suggerire soluzioni. E loro che mi ascoltavano.

Bene! Ecco come mi sentivo: mi sentivo come una cloaca, o meglio, la Cloaca Massima, dove tutti riversavano la propria merda, in modo che così dovevo rimestare anche la loro, visto che nella mia ormai ci sguazzavo.

Ma si! Avevo proprio l'aria rassicurante. Sembravo un bravo bambino. Libero di testa e ben vestito! 2

Peccato che sia stato così buono, corretto: non ho mai approfittato delle occasioni in cui vedevo le mie pecorelle smarrite in crisi d'identità provvisoria.

Ed è tutta colpa della mia educazione buonista, che, volente o nolente, mi è stata inculcata dalla primissima infanzia, con tutto il contorno di valori del cazzo che hanno sempre messo un freno a tutto ciò che mi saltava in questa mia testa da pseudointellettuale delle retroguardie e che è riuscita a sopprimere per tempo la mia anima bastarda, che stava sempre in agguato.

Ci sarà chi mi dirà: "Coglione! Peggio per te!"

Ed io chinerò la testa, carico di mestizia, e piangerò: almeno quello riesco a farlo, anche a discapito della mia compostezza formale.

È che non sono mai riuscito ad aprirmi agli altri come gli altri fanno con me. Sono sempre stato molto riservato, anche se questo non sembrava, agli occhi della marmaglia che frequentavo. Avevo sempre paura che gli altri scorgessero in me delle debolezze che non volevo che saltassero fuori.

Avevo costruito un'immagine che mi andava a genio e se non fosse per qualche piccolo neo sarebbe stata perfetta!

Ma era pur sempre una maschera.

Ed io ero diventato molto bravo a fingere. Solo che se ne accorgevano tutti.

-8-

Era un' estate torrida, di merda. E in quel posto che certo non poteva essere definito di perdizione avevo una sola alternativa: riposare.

Era giusto che per un po' evadessi dall'ambiente ostile, anche solo con la mente, e grazie a dio, il tempo per dormire non mi mancava!

Ma era un periodo troppo piatto, e in estate da noi faceva un caldo di merda, afoso, che funestava anche i sogni che potevano essere più rilassanti…

Mi trovavo disteso a pancia in su sopra un prato e mi grattavo le palle nell'attesa che qualche mano amica lo facesse al posto mio.

Non c'era nessuno, come al solito, ed io con una margherita in bocca pensavo che sarei dovuto essere negro, e fantasticavo di luoghi improbabili dove mi sarebbe piaciuto trascorrere la vita, sempre comodo, con qualcuna che mi massaggiasse e mi facesse rilassare, portandomi di tanto in tanto una birretta fresca, e che si preoccupasse di scacciare via le mosche che disturbavano i miei sonni.

Mi risvegliai perché una banda di scalmanati mi stava malmenando con catene di ferro e spranghe d'acciaio.

Riuscivo a sputare sangue e qualche dente: avevo il viso tumefatto e dolorante e le gambe spezzate.

I teppisti risero della loro bravata, e mentre io chiesi il perché del loro gesto, un altro vandalo mi svuotò addosso una tanica di benzina che mi irritò le ferite, e mentre urlavo, quello che doveva essere il capo mi lanciò un fiammifero sopra, cosicché presi fuoco, e tra le fiamme e la disperazione finii come Giovanna d'Arco…

…e nell'angoscia di fare la torcia umana mi risvegliai tutto pisciato.

Sicuramente il piscio era un meccanismo di autodifesa dal fuoco, un vano tentativo di spegnere quelle fiamme atroci.

Riportai comunque delle ustioni, non so come, e avevo bisogno di cure.

Una carissima ragazza si interessò della mia salute, ed io mi affezionai a lei; mi ispirava tanta tenerezza, era sempre dolce e sorridente, mi imboccava anche se riuscivo a mangiare da solo. La chiamavo "la mia bambina preferita": da fare cariare i denti. Roba da coma diabetico!

Lei stava appollaiata sulla sedia della mia camera e mi osservava mentre leggevo coricato sul letto. Mi sentii il suo sguardo carico di benevolenza addosso e guardandola con occhi quasi languidi, con un'espressione triste e interrogatoria, le dissi serio, ma sicuramente con una faccia da pirla: "Vorrei fare l'amore con te". Lei mi sorrise comprensiva, e stiracchiandosi dolcemente, lievemente mi sussurra: "Suvvia, non scherzare!". Ma non me la diede.

-9-

Estate del 2000, bella cagata di stagione! Tutta colpa del papa, e della sua idea da megalomane del Giubileo.

E Roma è impestata da tanta gentaglia, che sporca tutto, contenta. Che se per caso si fosse lasciata tutta quella merda alla fine di un concerto si sarebbe detto: "Era tutto pieno di drogati!". Invece questa manica di zozzoni sono "i ragazzi del papa", e tutti per il Giubileo!

Cosa ci sia da giubilare proprio non lo so.

Poi personalmente non condivido l'idea della GMG.

Cos'è la GMG??

Tutta una masnada di giovani che non sanno come impiegare il loro tempo e vanno ad applaudire l'omino bianco tremolante, e per farlo, arrivano dai posti più remoti della terra!

Ma siamo diventati tutti scemi? Ma vi può mai sembrare possibile che i giovani del mondo siano ancora così bigotti e fessacchiotti?

Ed io che pensavo che certe cose appartenessero solo al passato. Ma si vede che mi sbagliavo un'altra volta.

Sono tutti ragazzi seri, motivati, credenti.

Anch'io sono credente, ma il mio dio è un altro: Io. Anzi sono un politeista, c'è anche una dea a cui mi rivolgo quando sono sconfortato: si chiama… …è innominabile, un po'umidiccia. Ma come tutte le divinità, quando la invochi, non ti ascolta, anzi, fa proprio la gnorri.

E poi ci si lamenta della fame nel mondo! E poi ci si lamenta che succedono le disgrazie! E poi ci si lamenta perché non si capiscono i motivi del malessere giovanile. E poi ci si lamenta perché i giovani si suicidano. E poi ci si lamenta perché non c'è lavoro.

Però abbiamo imparato a fare una cosa, e anche a farla bene, con tutti i carismi: abbiamo imparato a lamentarci, e in questo siamo dei campioni, in questo campo non ci batte proprio nessuno!

E allora è proprio una soddisfazione, se non ho null'altro da fare, guardarmi un vecchio film di Franco e Ciccio, o di Alvaro, o di er Monnezza, o di Montagnani. Ricordo con piacere "Il ginecologo della mutua", "Giovannona coscialunga", "Quel gran pezzo dell'Ubalda, tutta nuda e tutta calda", e tutta la saga con la Edwige Fennec, che stava sempre a farsi la doccia, con una cascata di bagnoschiuma e tutti quei militari che sbavavano e facevano: "MMMMHH!!!" . Poi, al limite, se proprio non riesco a prendere sonno e non ho intenzione di uscire, mi guardo un pornazzo e mi tiro una sega.

E poi posso anche addormentarmi, con l'illusione di essere felice.

Dico bene: l'illusione di essere felice.

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C'era una persona sola che si aggirava raminga per la strada desolata di un paese triste. Il paese era quella strada.3 Quella strada era anche il mio paese. Quella persona era un mio compaesano, uno di quelli che passava per strano agli occhi degli altri. Lo conoscevo. Da noi le persone si conoscono tutte, anche di più. Non ci frequentavamo solo perché appartenevamo a giri diversi, ma poteva sembrare un mio alter ego. Mi somigliava: era uno che stava quasi sempre sulle sue, ma che aveva un gran bisogno di comunicare. A grandi falcate consumava l'asfalto e si spostava agilmente da una parte all'altra del villaggio.

Si chiamava Madafaro.

E dico bene, si chiamava, perché ora sta orizzontale, si trova dentro una scatola di legno e zinco, in un ambiente variopinto e fresco, con i cipressi e le candele.

Non aveva speranze di inserimento, di integrazione culturale e sociale, e tanto meno lavorative.

Però ogni tanto usava il cervello, e faceva sempre delle strane considerazioni, non tutte sballate, e si rendeva conto che la gente che lo guardava aveva sempre cose da dire sul suo conto.

Ma si sa, nei piccoli centri non si ha mai un cazzo da fare, la gente per distrarsi mormora, e ciò che ha più importanza è che non ha ancora imparato a farsi i cazzacci propri, e quel che è peggio, non ha nessuna intenzione di impararlo. Del resto se a queste persone togli anche quello, non gli rimane più nulla. Aspettava sempre con trepidazione il rientro dei suoi amici dalle località dove si erano trasferiti per avere un'alternativa all'apatia totale: ma questa attesa si rivelava sempre più deludente. Queste persone rientravano al paesello troppo gasate, per non dire snob, sembrava che avessero fatto chissà che cosa: invece erano solo più atteggiate e più merdacce di prima. E merdacce è dire poco!

Persone che credeva fossero amiche, e che invece si avvicinavano solo per interesse, trattandolo come il jolly della situazione, il buffone, lo scemo del villaggio, che con le sue uscite strampalate tirava su il morale a tutti.

Persone che non si facevano vive per un bordello di tempo, e quando si facevano sentire avevano la presunzione di credere di fargli un piacere.

Ma giustamente di questi piaceri uno si stufa in fretta.

E Madafaro si era stufato.

Per fortuna non era poi così svitato come voleva sembrare: come me usava sempre una maschera, una protezione; il suo era un travestimento, la sua "goliardia" era uno strumento di difesa, non voleva essere attaccato ulteriormente nei suoi lati maggiormente vulnerabili. Poi da chi? Da quella manica di coglioni che pretendevano la sua amicizia, pretendendo pure di essere graditi e stimati?

Ma lui di questi piaceri non ne voleva più, non sapeva che farsene, della loro amicizia aveva deciso che non gliene fotteva più un cazzo.

Con la loro amicizia si sarebbe pulito il culo.

E anche i suoi pseudoamici se ne resero conto!

Sapevano che stavano cagando fuori dal seminato, ma continuavano imperterriti, continuavano a fare gli spiritosi alle sue spalle, raccontavano le loro prodezze senza che lui avesse chiesto qualche cosa, continuavano a dire quanto erano bravi e in gamba, cosa potevano fare grazie ai loro soldi (non sudati), continuavano a fargli pesare il fatto di essere un buono a nulla, un coglione parassita, una persona non realizzata e insoddisfatta di se stessa, continuavano così, tra una menata e l'altra, a tirarla per le lunghe.

Ma a forza di tirarla la corda si rompe, e a forza di riempirlo il vaso rischia di sbordare. E ormai aveva straripato. E se loro avevano creduto di essere dei vincenti, o avevano creduto che la vita gli avrebbe riservato solo successi, scalate nel mondo del lavoro, dello spettacolo, del business, beh! avevano fatto i conti molto male.

Giunse l'ora che Madafaro alzò la testa, e una volta sollevata, era difficile che la riabbassasse. Infatti, dice il saggio: "Temi l'ira dell'uomo mite!".

La sua antica goliardia si era trasformata in una furia.

La gente si avvicinava per fare una battuta o per provocarlo e lui, senza titubanza, le affondava un coltello nel cuore. E questo accadeva quasi con tutti. Anche se nel profondo delle sue convinzioni era certo di avere fatto la cosa giusta, sapeva che non poteva restare impunito.

I gendarmi lo cercavano dappertutto, senza riuscire a trovarlo.

Per evitare la cattura si rifugiò negli impervi boschi circostanti. Ed era inverno. E vi si era rifugiato il sabato notte, quando al freddo e al gelo pullulano tutti gli spiriti del bosco, e il vento rende tetro e sinistro l'ambiente, facendolo sembrare ancora meno ospitale.

Si chiamava Madafaro. Aveva venticinque anni.

E di domenica, in inverno, è aperta la stagione della caccia grossa. E i cacciatori erano già in montagna dalla mattina presto.

Madafaro si sentiva braccato come un cane. I cacciatori si accorsero della sua presenza, o meglio, si accorsero di una presenza dietro i cespugli. E poteva essere tranquillamente un cinghiale. Nulla lasciava pensare che non lo fosse. Anche i segugi si erano spostati verso quella zona, abbaiando eccitati come cani.

Madafaro si mosse maldestramente, facendo scricchiolare un rametto. I cacciatori non ebbero un attimo di esitazione. Fecero fuoco.

Solo dopo si accorsero che non era un cinghiale. Ma era troppo tardi.

E ora lo sfortunato si decompone in pace. Ma una pace tormentata dalle preghiere -non richieste- di quelli che gli volevano bene, in un verde cimitero di campagna.

E diventa prezioso nutrimento per gli stomaci di larve e lombrichi.

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È stata proprio un' estate di merda. Ma, grazie a dio, era agli sgoccioli. Non era il caso che proseguisse oltre.

Ma come tutte le estati che si rispettino ci doveva sempre essere qualche entertainer da strapazzo che facesse suonare un deplorevole Karaoke.

E ci doveva sempre essere qualche persona -tutte- che stonasse in maniera paurosa, che in confronto le campane di Santa Maria sembravano persino meglio.

Era un remake dell'Apoteosi del nulla, mancavano solo gli organetti sfiatati, i fischietti e le trombette, le stelle filanti e qualcuno che mettesse su il disco del ballo di Simone.

Madonna! Per essere in grado di assorbire passivamente certe cose, bisogna poterle toccare con mano.

Dovevamo per forza frequentare il bar della concorrenza, visto che il nostro di fiducia non esisteva più!

Abbiamo iniziato a ordinare qualche birra, tanto per rompere il ghiaccio e per spezzare l'atmosfera…

Consumavamo e intanto criticavamo. E come eravamo bravi a criticare! Non ci batteva nessuno!!

E ce ne volevamo andare via da quel luogo funesto, dove si consumava in pendenza, perché i tavoli, le sedie e gli avventori erano inclinati di trenta gradi.

Ma ogni tanto arrivava qualche altro Skartos, e portava altro da bere, prolungando la nostra sosta forzata.

"Cazzo, dai che ce ne andiamo!" era l'esclamazione più frequente. Solo che continuavamo a prendere altro beveraggio.

Dopo aver assistito a gran parte dello squallore karaokeggiante, di ragli umani e di risate asinine, siamo riusciti a prendere i nostri mezzi di locomozione, per raggiungere un altro "abbeveratoio", e siamo partiti sentendo un supplizievole "quanta fretta, ma dove corri, dooove vaai!!"

All'altro abbeveratoio -aperto di recente nel villaggio affianco e da noi ribattezzato "abbeveratoio per eccellenza" - ci hanno sempre trattato bene, sanno che siamo dei consumatori seri, e che consumiamo! Prima ci chiedevano: "Cosa vi porto? Avete già chiesto?" Ora non c'è più bisogno. Ci vedono. Ci contano. E portano il solito quantitativo.

E l'altra sera abbiamo sforato un po'. Perché a fine serata eravamo etilicamente alticci, e allegri come non ci capitava più da un po' di tempo! E forse è il caso che parli per me, che riattraversavo periodi di buio esistenziale, alternati da sprazzi di luce artificiale, insana, che contribuiva ad alterare il mio sistema neurovegetativo.

E c'era birra che cadeva dai bicchieri sui tavoli, dai tavoli sopra le nostre gambe e dalle nostre gambe per terra. E le solite palline di carta che volavano e immancabilmente finivano nei bicchieri ancora pieni. E c'erano i proprietari dei bicchieri che bestemmiavano perché dal bicchiere ci dovevano bere ancora. E c'erano i proprietari dei bicchieri con la pallina di carta che la toglievano, la lanciavano a chi l'aveva tirata nel proprio bicchiere e ribevevano la birra, perché era tutto pagato e perché non si butta via niente, perché se tornava il '43 quando non c'era neanche il pane…

E questo poteva essere l'inizio di una nuova era, un'era propizia, un'era che consentiva l'unione con una parte che ci spettava per inalienabile diritto naturale.

E c'era poi il cane Sergej, trovato per caso, abbandonato da tutti, a cui nessuno voleva bene. Sergej: piccolo bastardino indifeso. Che veniva bistrattato da tutti, che riceveva gli sputi e subiva le sevizie della gente, più bestia e bastarda di lui. Sergej, povero cucciolo, che ti inteneriva con i suoi occhioni languidi e comunicativi, bisognoso di affetto e di coccole. Un po' come noi: rifiutati dalla società. O sfruttati da essa quando più le faceva comodo.

Così lo abbiamo assunto come nostro emblema, come nostro simbolo di appartenenza. L'abbiamo accolto tra noi come un fratellino abbaiante. Ed era felice. "E la sua nuova pelle splendente sembrava un richiamo alla vita" 4.

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"Poi viene settembre/ e non ho avuto il tempo/ lo sento nel mio seme/ il seme nero e lento" 5

Effettivamente l'estate del 2000 è stata una catastrofe esistenziale. La calura contribuiva. Le persone contribuivano. Il posto non aiutava a stare meglio.

Ma basta, non cerchiamo colpevoli. In fin dei conti ha segnato la fine di un'epoca, la fine di un sognoincubo.

Gli Skartos stavano oramai diventando un miraggio. Un atteggiamento fisico e di pensiero che stava finalmente tramontando. Ed era ora.

Ormai stavamo crescendo, non eravamo più degli adolescenti, con tutto un bagaglio di entusiasmi, di aspettative per il futuro. È vero, c'era ancora qualche nostalgico che diceva che non era finito nulla, ma già il fatto che non ci si sbronzava più come una volta, tutti allegri e spensierati, era un segnale da non sottovalutare. Non bisognava sottovalutare neanche il fatto che si erano formate nuove coppie: anche tra i nostri aveva attecchito il tarlo dell'amore.

La visione della figa da vicino aveva contribuito a questa maturazione. Qualcuno era addirittura marcito. Cominciavamo a crescere, fino ad entrare in quella fase della vita dove è quasi obbligatorio divertirsi, e, se non ti diverti, ti rimane appiccicato quel carico di frustrazione addosso che non riesci a levarti neanche con l'acqua bollente, a rischio di spellarti: tanto quello è ben ancorato, non se ne va. Ma quell'estate ha segnato una svolta, qualcuno era veramente sereno, qualcuno no. La cosa sicura è che c'è stata una trasformazione.

Non si può restare eterni Peter Pan, per fortuna. Perché comunque c'è gente che ha un bagaglio di negatività dietro, che non si vede ma c'è. Persone particolari. Quelli come noi. Che son venuti su un po' strani e hanno avuto sempre poche donne per le mani, e covano le loro solitudini in segreto, quasi con gelosia, lasciandosi un po' andare solo davanti al vino forte di un bicchiere. 6

Grazie Claudio, sicuramente ci hai preceduto di trent'anni nella elaborazione della teoria del malessere, e, sinceramente mi hai aiutato a prendere coscienza che le persone sensibili pensano, pensano anche troppo, e con giri troppo cervellotici ed esistenziali giungono a considerazioni autolesioniste del tutto comprensibili, anche se non pienamente giustificabili. Ma del resto, della giustificazione altrui a noi non frega proprio un cazzo.

Per questo motivo ora il mio corpo oscilla, con una corda al collo legata ad un grosso ramo.

Non mi uccise la folgore in campagna, perché io non avevo ancora deciso di porre fine alla mia esistenza.

Il fondo era molto vicino ma ho voluto aspettare.

Aspettare che si vedesse un bagliore di positività (accidenti, che mistico!) verso cui indirizzarmi.

Ed il bagliore si è intravisto e ho deciso di farla finita: tanto sarebbe stata l'ennesima presa per culo.

Ed ora vi sto scrivendo dall'aldilà, perché ho finalmente avuto il coraggio di espormi, perché ci sarà sempre gente che starà male, fino a quando ce ne sarà troppa che sta molto meglio. E perché poi, tanto, non ho più niente da perdere: ho già perso tutto.

Perché in fondo, sono sempre stato un perdente: era stato tutto scritto prima che nascessi.

------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ 1 cfr. "L'Amante" - Margherite Duras
2 cfr. "Tu menti" - da "Ecco i miei gioielli" - CCCP - 1992 - Virgin
3 cfr. " Da qui " da "Lungo i bordi" - Massimo Volume" - 1995 - Mescal
4 cfr. "Qualcosa sulla vita" - da "Da qui" - Massimo Volume" - 1997 - Mescal
5 cfr. "Plastilina" -da "Germi"- Afterhours- 1995- Mescal
6 cfr. "Quelli come noi" da "Aspettando Godot" - Claudio Lolli - 1972 -