Umberto De Marco

ho appena pubblicato il racconto "La Grande Scopata" per il laboratorio di scrittura del Grande Macello. Per due anni ho pubblicato a mesi alterni dei racconti per la casa editrice napoletana IL RAZIONALE Napoli 2001 (Cultura e massoneria) di Giuseppe Troise, a Maggio ho pubblicato "Glow in the Dark - Luci nel buio" una raccolta di otto racconti sempre per lo stesso editore.

Un amore dark

Ti ricordo ferma. La gente che ti circondava ballava e tu restavi ferma mentre le tue labbra recitavano il pezzo che gli altri pogavano. Ti ricordo lontana anni luce da tutti. Distante. Mi chiesi che ci facevi lì, a quella festa? Il tuo volto non esprimeva nulla, né divertimento, né allegria. Niente. Ti ricordo bella come nessun'altra al mondo. Bianca, con gli occhi verdi e i capelli biondi nascosti da una tintura nera come il vestito lungo e gli anfibi che indossavi. Mi colpisti, come il fulmine che illumina le notti scure e senza ragione, e per un po' non riuscii a fare a meno di guardarti, facendo finta di ascoltare i miei amici che mi urlavano nelle orecchie per sovrastare il volume altissimo di Handsome Devil degli Smiths. Poi, non so come, ebbi il coraggio di avvicinarti e, esordendo con una battuta stupida, ti rivolsi la parola. Sono sicuro che pensasti che ero un perfetto idiota… lo pensai anch'io. Una battuta stupida e il resto venne da se. Le tue parole erano più trattenute delle mie, mentre io correvo veloce, forse saturandoti. Ogni tanto ti lasciavi scappare un sorriso, in quei momenti ne ero sicuro: eri davvero bellissima. Dark. Gotica. Mi ricordavi una principessa al contrario delle favole. E, chissà, forse io ti ricordai un principe azzurro un po' goffo. Probabilmente fu proprio perché eravamo così sbagliati che ci sentimmo giusti l'uno per l'altra. Ci baciammo. E non ricordo bene cosa c'eravamo detti qualche attimo prima. Ci baciammo ed io, assaporando la dolcezza delle tue labbra, sentii quella tenera illusione che tu eri l'amore della mia vita, che quel bacio non avrebbe mai avuto fine e che saremmo rimasti così per sempre. Per sempre. Mi lasciasti l'amaro delle cose dette per metà quando andasti via. Era mezzanotte e, anche se i rintocchi non si erano fatti sentire, tu scappasti perché i tuoi diciott'anni ti permettevano di tornare al massimo per quell'ora. Ti allontanasti come l'ultimo giorno d'estate.

La settimana dopo ti rividi. Non avevo mai smesso di pensarti. Camminavi con qualche amica più chiara di te ed eri annoiata. Tutto ti attraversava. Ti immaginai come l'unico essere di carne in un mondo fantasma. Non ti accorgesti di me e ogni mia illusione si dissolse. La nostra altro non era stata che una storia di una sera, una storia veloce e anonima. Tu non sapevi il mio nome ed io non sapevo il tuo. Eppure eri ancora nella mia testa. Avevo paura di essermi innamorato, forse davvero lo ero. Fui spinto dal desiderio di avvicinarmi e di dirti: ciao come va? Ma se non mi avessi riconosciuto? Sarei stato male. Ne valeva la pena? Si. Mi voltai seguendo con lo sguardo la tua scia, ma ti eri già persa nella folla. Quella sera, quando tornai a casa, la trascorsi ascoltando i pezzi più forti dei Deep Purple, cercando di isolarmi da ogni pensiero. Da te. Era vero amore o solo cotta? O semplicemente ossessione?

Ci rincontrammo. Un'altra festa, stavolta più tranquilla della precedente. Da qualche parte avevamo degli amici in comune. Le casse dello stereo suonavano dei pezzi dance che non mi piacevano affatto e che di sicuro non piacevano neppure a te. Ti avevo inquadrata, con quella tua espressione così insoddisfatta, e con quegli abiti scuri. Avevo capito tutto di te, o più probabilmente speravo di averti capita. Stavolta non titubai, mi avvicinai con un sorriso, anche se sapevo che non era la felicità che poteva colpirti. Ne abbozzasti uno anche tu, per mia sorpresa, e ti ricordasti di me. Allora mi rivelasti il tuo nome, Charlotte. Come la protagonista di un pezzo dei Cure: aggiungesti ed io mossi il capo anche se non conoscevo la canzone a cui ti riferivi. Le nostre bocche si aprirono per far scorrere fuori sia fiumi di parole sia le nostre lingue che s'incontrarono morbide. Te ne andasti prima che l'incantesimo della mezzanotte finisse. Io ero al tuo fianco. I miei amici mi urlarono consigli porno vedendomi andare via con te, ma tu non li considerasti. Ti furono totalmente indifferenti. Cosa credi che siamo? Mi chiedesti a pochi metri da casa tua. Non so: risposi. Forse stiamo insieme? Sorridesti: già. E mi baciasti. Poi facesti una corsa verso casa.

Ti telefonai il giorno dopo. Ci eravamo scambiati numeri dei cellulari. Sembravi contenta di sentirmi e mi sorpresi. Parlammo delle persone alla festa e ci demmo appuntamento in piazza. Insieme andammo alla villa e ci stendemmo sul grande prato verde. Non ti preoccupasti minimamente che i tuoi vestiti scuri si potessero sporcare d'erba, anzi, dicesti che quell'odore era meraviglioso, che avresti voluto trascorrere la tua vita in un immenso giardino di fiori alti come giganti. Era tenerissima. Accarezzai la tua pelle, le tue labbra, le baciai e mi sentii tutt'uno con te. Stavo bene come mai lo ero stato in vita mia. Poi poggiasti la testa sul mio petto, sentii il tuo respiro sincronizzarsi coi battiti del mio cuore e non dicemmo più una parola. Il nostro silenzio era il suono più forte che si poteva udire nel raggio di chilometri e chilometri.

I giorni trascorrevano. Ti venivo a prendere a scuola quando uscivo prima dall'università. Ero al primo anno e già tenevo problemi con lo studio. Non sono queste le cose importanti della vita: mi dicesti una volta sfiorandomi le palpebre con la bocca. E allora quali sono le cose importanti? Ti domandai. Rimanesti in silenzio per un po' poi rispondesti: nulla, tutto è superfluo, tutto è di troppo, l'unica cosa di cui abbiamo bisogno sono quei lievi raggi di luce che a volte riescono a forare il muro della nostra disperazione quotidiana. Rimasi allibito. Perché eri così? Infelice. Cos'era che ti tormentava? Perché nei tuoi occhi a volte si poteva leggere l'oblio? Non avevo capito niente di te: in quel momento me ne resi conto, ma non ebbi coraggio di dirtelo. Ti abbracciai solo più forte sperando che quella stretta ti potesse far sentire meglio. Mi desti un bacio veloce sul collo e poi travolgente fece largo il silenzio.

A volte mi parlavi delle tue amiche, delle litigate con i tuoi. A volte mi dicevi che non ti sentivi viva, che più i giorni passavano e più invecchiavi. Qualche volta mi dicesti che non sapevi niente di niente di quello che volevi. Una volta mi dicesti che avevi tentato il suicidio e subito fermasti i miei commenti con un bacio. Una volta mi dicesti che con me non ti sentivi felice, non saresti mai potuto esserlo, ma almeno eri libera. Ogni qual volta eravamo vicini tu eri libera. Non so il motivo ma in quel momento mi venne da piangere. Riuscii però a trattenere le lacrime.

E mentre il mondo correva come sempre noi restavamo uniti da qualcosa di cui non conoscevamo il nome. Qualcosa simile all'amore, ma per troppi tratti uguale al bisogno l'uno dell'altra. Le sere le passavamo con gli amici e poi via, lontani, da soli, per affrontarci, perché dentro me c'era qualcosa che volevi riuscire ad afferrare, e dentro te avevo trovato l'unico cristallo corvino capace di illuminare la notte.

Ci capitava di litigare ogni tanto, eppure non ricordo quello che ci dicevamo, non ricordo neppure i motivi. Litigavamo e subito dopo facevamo pace. Ricordi quei momenti? Ricordi quando mi stringevi e mi dicevi: ti prego fammi affogare in te? Ricordi niente ha importanza? Ricordi che noi eravamo riusciti a diventare qualcosa? Io ricordo la dolcezza della tua pelle. Le notti passate in macchina con una bottiglia di vodka per combattere quell'inverno che rendeva i nostri giorni cristalli di brina. Ricordo quanto eri morbida. Ricordo i tuoi sorrisi. Ricordo i bronci. Ricordo tutto. Per questo mi manchi.

Per un periodo fui incasinato da un esame e non ci vedemmo per due settimane. Sembravano che da anni durava il nostro rapporto invece erano solo tre mesi. Ci sentimmo solo una volta e non ci vedemmo. Mi mancasti davvero tanto. Quando ci rincontrammo restammo abbracciati per ore, senza rompere quella catena. Nulla aveva importanza. Né io. Né te. Ma noi insieme si.

Ti portai al ristorante cinese. Eri stupenda mentre ti sporcavi con il cibo non sapendo usare le bacchette. Ancora più stupenda l'espressione che avevi non appena vedevi il cameriere portare un piatto nuovo. Era la prima volta che andavi lì e per te era tutto così nuovo. Mi sussurrasti all'orecchio una frase dolce poi me lo mordesti e sorridesti. Ti stavo davvero capendo. Mi stavo perdendo dentro di te. E per te era lo stesso. Vivevamo le nostre vite ognuno alla propria maniera. Io come il corridore di una corsa ad ostacoli. Tu come un oggetto che si muove per inerzia. Ma quando eravamo insieme niente di tutto ciò aveva senso, ci trasformavamo. Né migliori, né peggiori, solo giusti l'uno per l'altra.

Mi fai sentire libera: mi dicesti una volta. Non era la prima volta. Mi fai sentire a volte anche viva. Viva viva viva via. Ancora baci, ancora carezze, i nostri fiati caldi che sapevano di alcol e pesca, in quella macchina che squallidamente era diventata il nostro nido. Fammi affogare in te: anche questa frase non era la prima volta che me la dicevi. Ci abbracciamo, ci spogliammo e facemmo l'amore. Non so se riuscisti ad affogare in me, ma per un solo attimo fui sicuro che eravamo un solo ed unico corpo.

E passò un altro mese, assieme alla morte di Kubric, che sentisti sulla pelle portando il lutto e rivedendo tutti i suoi film, nel buio della mia stanza, stesi sul letto, senza niente da mangiare e da bere, per rendere puro quel rito che altro non era che un ultimo addio.

E poi non so bene cosa accadde. Il tuo esame di maturità, la possibilità di fare l'università a Milano e di lasciare Napoli. Un lento e graduale allontanarsi in quei mesi che si riscaldavano e assumevano il colore del sole. Ti sentii sfuggirmi dalle mani, vedevo la tua figura allontanarsi. Se solo non fossi stato così ipocrita forse tu non saresti partita, forse ora staresti ancora con me. Se solo ti avessi detto che era la cosa più brutta, invece che la più bella, andare a studiare alla Bocconi, forse ora potrei ancora stringerti forte in quei fragorosi silenzi. Ma non feci nulla di tutto ciò. E partisti. Ci sentivamo, raramente, ma ci sentivamo. Poi anche le telefonate diminuirono e tutto cominciò a prendere la forma dei ricordi e dei sogni che al mattino si dimenticano. Sono ormai anni che non ci vediamo, ma ci sono giorni in cui ti penso, penso a quegli anni in cui restavo aggrappato all'adolescenza, penso a tutte quelle cose che dicevi e a cui non davi il minimo peso. Ti penso e spesso ti immagino. Chissà forse ora sei una donna scattante determinata e anche un po' frenetica… eppure così non mi piaci affatto. Non posso fare a meno che immaginarti com'eri. Con i cappelli tinti di nero, con la tua aria annoiata, con gli occhi brillanti come fari, e con quel tuo piccolo sorriso che si trasformava in bacio e che era la dimostrazione di quanto quella tua infelicità a volte potesse trasformarsi nella gioia più pacata e pura, una gioia che mi contagiava e ti rese indimenticabile per sempre.

 

L'ultimo bacio

Una festa. Si. È il modo migliore per non pensare. Un po' di musica, qualche amico, qualche persona nuova, e qualche bella ragazza da conoscere, che tanto la mia di corna me ne avrà fatte già tante. Non è che gli vada molto di andare alla festa di Gabriele, ma non c'è di meglio da fare. Gli prospetterebbe al massimo la solita serata buttato sul letto a vedere i soliti programmi estivi, con in testa Lucia. Lucia in Inghilterra. Lucia in college con altre centocinquanta ragazze e cento ragazzi eccitati come mandrilli in calore. C'era stato anche lui l'anno scorso e sa come stanno le cose. Lo sa bene. Così si veste. Cercando di non sembrare il tipico adolescente in crisi. Un bel jeans e una maglietta nera degli Smiths, con Morrissey che si lascia scappare un sorriso. E il profumo: Obsession, Calvin Klain. E via a piedi, nel candore notturno delle venti e trenta. Ciao mà, ciao pà. I negozi che stanno per chiudere e mille facce di sconosciuti che incrocia, osservandole così, per caso, solo perché è una pessima abitudine provinciale. Ai piedi indossa le mitiche Nike, quasi regalate ad una svendita al settanta per cento di sconto. Cazzarola! Per questo cammina veloce come un fulmine, a passo svelto. Perché gli piace arrivare presto alle feste, in questa maniera ha l'opportunità di conoscere bene tutti. Non che sia il tipo particolarmente socievole, ma perché se si arriva in ritardo i gruppetti si sono già formati e si rimane esclusi, a meno che non si sia una persona particolarmente esplosiva carina o simpatica. Perciò puntuali, per sfoggiare un bel sorriso e un ciao, io sono Andrea, tu? E chissà cosa sta facendo Lucia in questo momento? Si chiede. E subito si risponde. Lui andava la sera in discoteca. A volte mettevano anche qualche pezzo dei Nirvana. Lì si ballava con gli amici e si flirtava con le ragazze. Tanto tutti la pensavano alla stessa cosa: come poter avere una storia d'amore all'estero. Non doveva essere necessariamente una storia importante, bastava anche solo una semplice avventura da tirarsi per una notte, al ritmo di qualche vecchio pezzo degli Abba. E Lucia non è diversa. L'ama, si fida ciecamente di lei, almeno in Italia, ma lì è diverso. C'era stato anche lui e le aveva viste le pure caste e fedeli che dicevano di avere il ragazzo cosa facevano. Le aveva viste scatenarsi con i suoi amici. Lui era stato con una senza ragazzo, era stata scaricata un mese prima di partile gli aveva detto. E tutto questo perché l'aria dell'Inghilterra per qualche strana ragione è fatta di trasgressione… o forse di oppio: ecco perché gli scrupoli vanno via, come se mai fossero esistiti. Allora perché porta al collo il cuore? Ovvero la metà cuore, l'altra metà - quella con su scritto Andrea - l'ha lei. Sulla sua c'è scritto Lucia. Perché porta ancora quel ciondolo? Comunque l'ama, e comunque nel profondo spera che lei gli sia fedele. Arriva al palazzo di Gabriele, un ragazzo con tanto sale in zucca quando i sette sulla pagella. Ovvero davvero molto poco. Un buon amico in ogni caso, simpatico, allegro e soprattutto con dei gusti musicale decenti. Niente roba stile Lollipompine, Emma Bonton, Andriano Celainmano o cazzate simili. Il massimo del pop che ha lui sono i Queen. Bussa al citofono. "Pronto?" è la madre a rispondere. Sono Andrea. La serratura del portone scatta. Entra e percorre l'androne sino ad arrivare all'ascensore che per qualche buona fortuna è fermo proprio al piano terra. Quarto piano; per far si che quella camera mobile lo capisca deve premere il bottone con forza. E che ci si può fare? Il palazzo è vecchio. Preme il campanello, dlindlon, e mentre aspetta ha un brutto presentimento. Gli sembra di sentire delle musica un po' strana, un po' terrificante, ma non può essere, è Gabriele, quel vecchio metallaro di Gabriele. Vu Vu Vu mi piaci tu Tu tu tu tu tu tu Cazzo! Gabriele apre la porta e Andrea rimane a bocca aperta. Stravolto. I love you You love me E mi manchi sempre più Non può essere, quelli sono i Cazzosa. L'unica cosa che hanno fatto di decente è la pubblicità con Megan Gale, che senza costume starebbe mille volte meglio. I Cazzosa che cantano dalle casse dello stereo da quel vecchio metallaro di Gabriele. Non può essere. "Ti sei incantato?" chiede l'amico. "Su entra!" "Ho un allucinazione, non possono essere i Gazosa?" dice Andrea. Gabriele, col volto imbarazzato, cerca di spiegarsi: "Sono venute le mie compagne di classe con un pacco di dischi. Mi hanno detto che i miei Cd fanno cagare e mi hanno mollato i loro. Devo dire però che per ballare vanno meglio". Voglio averti qui vicino Coi tuoi occhi da bambino Sarà? Non è meglio pogare? Andrea entra e la festa si svolge subito davanti a lui, in salone, la stanza accanto all'ingresso. Forse è arrivato un po' in ritardo oppure sono stati gli altri che si sono anticipati. Ci saranno già quindici ragazzi che si muovono a ritmo di quella cantilena, attorno a due divani e ad un tavolo pieno di pop-corn patatine e bibite dove ogni tanto si avvicinano per spizzicare. "Ti aspettavi di più?" gli chiede Gabriele. "Ti vedo un po' deluso". "No, solo i Guns and roses. Don't you cry è bella come canzone, a chi non piace?" Andrea fa cadere il viso sorpreso e ne indossa un più sicuro e allegro: "No, dai. Di che dovrei essere deluso?" "Gli altri devono ancora venire" lo interrompe l'amico. "Appunto. Poi già vedo che c'è della bella gente" indica le ragazze che ballano. E pensa a Lucia che sta ballando e si struscia come una ballerina di lap dance vicino ad uno. "Dai, cominciamo con le presentazione!" Gabriele ubbidisce. Piacere Andrea, e una stretta di mano al ragazzo davanti. Piacere Andrea, e una stretta di mano e un doppio bacio sulla guancia alla ragazza che ha di fronte. Giusto per essere brillanti. Nel giro di pochi minuti conosce tutti e ricorda il nome solo di quattro. "Se non mi sbaglio c'è anche Roberta" Gabriele si guarda attorno grattandosi il capo. "Non è una mia compagna di classe, anche lei è rimasta sbalordita quando ha sentito questa musica". Ora è Alex Britti a ravvivare l'atmosfera. E va bhè!, e allora! Gabriele continua a guardarsi intorno e lo stesso fa anche Andrea. Può darsi che si tratti della ragazza invisibile. "Può darsi che sta fuori al balcone" suggerisce Andrea, ed è un buon suggerimento. I due la trovano lì, affacciata, che guarda le auto sfrecciare. "Robbè!" la chiama Gabriele. Si gira e la prima cosa che balza agli occhi di Andrea è la chioma blu della ragazza. "Roby, è una festa, non fare l'asociale" dice Gabriele. La ragazza abbozza un sorriso, simile a quello di Morrissey sulla maglia di Andrea. "Per questo ti ho portato Andrea". Bussa il campanello, si sente appena, la musica non è eccessivamente alta. Gabriele li abbandona per andare ad aprire. "Io sono Andrea" il ragazzo da la mano e si avvicina alla ragazza per darle i soliti due baci sulla guancia. Profuma di muschio bianco. Forse è il profumo che usa, o lo shampoo, o una crema per il corpo, ma fatto sta che è un odore che Andrea ama. È sensuale e allo stesso temo dolce. "Come avrai capito io sono Roberta" dice la ragazza, sorridendo ancora come Morrissey. "Com'è la festa dentro?" Io con la ragazza mia Tu con la ragazza tua Lei con il ragazzo suo E te con chi ti pare a te "Ascolta la musica e giudica tu stessa" risponde Andrea. Entrambi ridono leggermente, poi Andrea continua: "No, scherzo. Non è niente male. Gli altri mi sembrano abbastanza simpatici, poi si balla". Finge una ciofeca di passo alla Michael Jakson. Stavolta Roberta ride di gusto. Il pretesto è stato dato e così i due iniziano a parlare di musica. Lei ascolta un po' tutto il rock classico, Kiss, Pink Floid, Led Zepelin, i Ramones e i Sex Pistoll, ma adora gli Smamshing Pumpkins e il dark-punk in generale e soprattutto ama i Cure, specialmente Robert Smith. Andrea non riesce a toglierle gli occhi di dosso - e se io sto facendo questo chissà Lucia che sta facendo? Chissà se non riesce a distogliere lo sguardo da qualcuno, oppure se non riesce a staccare le labbra da qualcuno - pensa alla sua ragazza e contemporaneamente a quella che ha davanti. Roberta indossa degli anfibi neri estivi, per quando gli anfibi possano essere estivi, un pantalone di stoffa nero e una maglietta viola scuro con un fiore che sembra essere stato fatto con l'Ace (la candeggina non il succo di frutta) e che crea un certo effetto allucinato, tipo lsd. Più il tempo passa e più la musica si fa alta, le persone continuano ad arrivare e la stanza è strapiena e Gabriele sembra essersi scordati di loro; per fortuna. La osserva, trovandola per niente punk. La osserva e sente che è attirato da lei. Non lo capisce bene neppure lui, ma forse si è preso una cotta, forse c'è stato un temporale e un colpo di fulmine l'ha centrato proprio in pieno. Ed è come se gli battesse forte il cuore, perché si sente agitato e a volte balbetta le parole o le vomita facendole accavallare: "Io preferisco un al-altro genere mu… preferisco un altro genere. Sai i Dream-Theater, OzzyObsurneiBlackSabbath, ma anche quelli che hai detto tu mi piacciono". Si sente stupido. Sta flirtando. E Roberta sembra gradire, sembra ricambiare. A volte si passa le mani tra i capelli e lo guarda interessata, anzi, non solo interessata ma qualcosa di più. Si, sta rispondendo. Ora non si può spiegare bene ma di queste cose un ragazzo se ne accorge. E Andrea se ne sta accorgendo. Lei non gli toglie gli occhi di dosso, lo sta scrutando come se volesse riuscire a vederlo fino a dentro, fino al cuore. "Sei fidanzato?" chiede Roberta. Se sono fidanzato? Certo che sono fidanzato, con una che ora si starà facendo sbattere da qualcun altro, ma comunque sono fidanzato. Ma che cavolo mi frega. Io ti piaccio, tu mi piaci, la mia ragazza mi sta cornificando e se la ricambio con la stessa moneta non sarà poi tanto male, anzi, almeno non faccio la figura dell'idiota completo. Eppoi cavolo, sarà perché ti ho appena conosciuta forse, ma te la fumi su ogni campo quella stronza di Lucia. "No" risponde Andrea, posando lo sguardo sulle macchine che passano. Non è bravo a dire bugie, gli riesce meglio farlo non guardando la sua vittima. "Ne sei sicuro?" chiede ancora Roberta. Ma che cazzo sa questa? Mica è un'amica di Lucia… naaaa, altrimenti me la ricorderei. "No, cioè si che sono sicuro" ma in realtà Andrea è strainsicuro, specialmente con quel tono di voce che sta usando. È impacciato e per un attimo gli viene in mente quel primo bacio con Lucia, nella fioca luce di una giornata nuvolosa, quando pensò che tutto il mondo non esisteva e non sarebbe esistito mai più, quando sentiva che si era avverato un sogno. Tra due mesi sarebbero arrivati al traguardo di un anno… non calcolando l'Inghilterra naturalmente. 'affanculo! "Si, sono sicurissimo. Sembro il tipo che si dimentica queste cose?" Roberta sorride, ancora. Ma questa volta il suo sorriso è diverso, c'è qualcosa dentro, qualcosa che la rende ancora più bella, qualcosa di ambiguo. È un sorriso a metà tra quello di una iena e quello di un angelo. "Scusami un attimo, ma io devo andare in bagno" dice la ragazza. No problem! Andrea entra nella stanza. C'è un casino esagerato, gli amici di Gabriele si sono quadruplicati e si dimenano e ballano e sudano e riscaldano l'ambiente al ritmo del remix del nuovo pezzo di Vasco Rossi. Erano belli i primi pezzi, ma oramai sta diventando troppo pop. Un po' come Piero Pelush, i Litfica e Ligabove. Riposa in pace buon vecchio rock italiano, Amen. Cerca Gabriele e mentre lo cerca si fa trasportare anche lui dalla musica. Ma dove vai? Ma dove vai? Tanto oramai sei mia Intanto Roberta sta mettendo a soqquadro il bagno. Apre freneticamente i cassetti che si trovano sotto al lavello. Gliela vuole far pagare a quel bastardo. Ma crede davvero che lei sia così stupida? Continua ad aprire cassetti e a cacciare quello che contengono: creme, profumi, bagnoschiuma, asciugamani, detersivi, dentifrici, ma niente che davvero cerca. Gliela deve far pagare quell'idiota! Sei fidanzato? No! Sei sicuro? No, cioè si che sono sicuro! Ma crede davvero che lei sia così stupida oppure abbastanza cieca da non vedere quel ciondolo a forma di mezzo cuore che gli pendeva dal collo? Rimette a posto le cose che ha cacciato fuori, in maniera però molto disordinata, e va verso degli altri cassetti che si trovano di fianco alla vasca da bagno. Quello lì è come il suo ex ragazzo. Forse di aspetto sono completamente diversi ma hanno la stessa anima di Giuda. La stessa anima di traditori. Traditori della propria ragazza e di quella che hanno davanti e che stanno imbrogliando. Roberta non poteva sopportarlo. Il suo ex l'aveva tradita nel modo più scontato e televisivo che potesse esistere, ovvero il giorno del suo sedicesimo compleanno con la sua migliore amica. Che bello spettacolo vederli nascosti nel ripostiglio per le giacche mentre si baciavano. Vado a prendere il mio giubbino, aveva detto la sua migliore amica. Bell'amica! Si anche io: il suo ragazzo in questo modo l'aveva accompagnata. Così Roberta era rimasta a pulire un po' intorno. I salatini e le patatine a terra sbriciolati dai passi di danza, i bicchieri di carta usati solo mezza volta e poi dimenticati, le torte con un solo morso, e tante altre schifezze che solo gli adolescenti possono fare. Però era strano che quei due non tornassero ancora, così andò a vedere. E li trovò avvinghiati. Appena si accorsero di lei si staccarono e cominciarono con le loro assurde frasi di spiegazioni, i ti possiamo spiegare tutto, e i non è come sembra. Anche loro la credevano una stupida. Cacciarono così tante parole che alla fine si sentì saturata e avrebbe voluto solo vedere come si sarebbero baciati se avesse aperto una bocca sulla gola ad entrambi, una bocca che grondasse sangue invece che saliva. Ma nulla. Continuò ad ascoltarli, immobile, senza perdonarli. Avrebbero dovuto pagarla, e invece li aveva lasciati andare. Anche Andrea dovrebbe pagarla, per quello che stava facendo a lei e alla sua ragazza, che magari stava passando la serata di fronte alla televisione sicura della fedeltà dell'altra metà del cuore. Apre tutti gli altri cassetti: piccole asciugamani, crema dopo barba, schiuma da barba, cerotti. È quasi vicina. Continua ancora a cercare. E trova! Un pacchetto di lamette da barba. Taglienti, micidiali. Roberta le prende. Andrea avrebbe visto cosa succede ai traditori. Era così lampante che ci avrebbe provato. Ma poteva essere anche un impressione sbagliata. Così decide che lei non avrebbe fatto niente - o quasi - ma sarebbe stato lui a cercarsi la morte se non si fosse comportato correttamente. Esce dal bagno. Faccio così faccio così Ti prendo e ti porto via La canzone del Blasco sta per finire e ci sta, ci sta di gusto quella lì. Andrea non sta più nella pelle. È stato catturato da quella ragazza e Lucia è divenuta un pensiero lontano, che brucia ancora ma viene sentito di meno. Non vede l'ora che torni Roberta, per avvicinarsi a lei, per sentire ancora quell'odore di muschio bianco, per riuscire a capire se lei ci sta davvero, se vuole che lui l'attiri a la baci. Ma che mi frega, io mi butto. Tanto… S'interrompe la musica, solo per un attimo. Poi riprende con un dolce e leggero arpeggio di chitarra. Dovrebbe essere un lento! Sembra che qualcuno lo voglia aiutare. Qualcuno alza il volume, forse Gabriele, per far si di riempire con quella musica tutto lo spazio della stanza. Cerchi riparo fraterno conforto È Carmen Consoli. L'ultimo bacio. Tendi le braccia allo specchio Vede Roberta tornare. Ha ancora quel sorriso ambiguo, le va incontro e le dice: "Vuoi ballare?" La ragazza muove la testa dall'alato in basso in segno di consenso. Andrea allora la prende e le avvolge le mani intorno ai fianchi, mentre lei delicatamente lo afferra per il collo, come se volesse carezzargli la nuca. Si osservano negli occhi e Andrea la trova bellissima e Roberta pensa che lui morirà, ne è sicura, e morirà per propria scelta. "Lo sai" le sussurra Andrea ad un orecchio. "Hai un buon profumo". "Grazie" risponde lei, tenendo i denti chiusi, muovendo solo le labbra. Continuano a guardarsi negli occhi. Roberta aspetta la mossa sbagliata di Andrea. Entrambi si specchiano negli occhi dell'altro. La stanza è illuminata solo da una lieve luce soffusa. Tutti gli altri ballano stretti, forse sono coppie, oppure amici abbastanza buoni da non inibirsi per il contatto troppo stretto. Andrea la vorrebbe baciare. È così provocante. Ed questo quello che vuole anche lei, certe cose si capiscono. Ma c'è Lucia. Anche se è un pensiero indebolito persiste. I mille momenti di dolcezza, i ricordi che sono così forti dentro di lui. Parole di miele dette a bassa voce, i giorni passati ad immaginare un futuro da adulti, i momenti passati sul divano di casa sua a scambiarsi baci e carezze così stretti e uniti, come se l'uno volesse assimilare l'altro, così come gli angeli fanno l'amore. Si sente in colpa. Ma quella stronza è in Inghilterra e lui neppure gliel'aveva chiesto di non andarci, perché non voleva proibirgli nulla. È in Inghilterra e quei Leader - come si fanno chiamare loro - neppure si accorgono se nel dormitorio femminile entrano dei ragazzi. Tutti quei ricordi si fanno cattivi, perché è lei che l'ha tradito, è lei che in questo momento se la sta spassando con uno che fino a pochi giorni fa neppure conosceva. Allora questa sofferenza è meglio annegarla. Osserva Roberta. Ti muovi a stento e sguardo severo Reciti un mite e insolito modugno Si avvicina di più a lei. Non gl'interessa più nulla. Non avrebbe mai immaginato che avrebbe baciato una ragazza per placare il dolore. Non sapeva che un bacio poteva fare tanto male… Roberta chiude gli occhi e avvicina la bocca a quella di Andrea. Mille violini suonati dal vento L'ultimo bacio mia dolce bambina Le loro labbra si uniscono. Andrea chiude gli occhi con forza, quasi facendosi male. Sente il calore della ragazza. Sente qualcosa sulla lingua di Roberta, qualcosa di metallico che lei gli passa, qualcosa che gli scivola sino in gola. Bruciano sul viso come gocce di limone L'eroico coraggio di un furioso addio Andrea apre gli occhi e si stacca dal quel bacio. Si porta le mani alla collo, mentre sente un bruciore alla gola. Il sorriso di Roberta ora è divenuto come quello di una iena. Caccia fuori la lingua sulla quale giace una lametta da barba. "Prima ne avevo tre in bocca" dice la ragazza, dopo aver preso con le dita la lametta. Andrea capisce e cerca di tossire, cerca di sputare, ma nulla. Si sente la gola invasa da un torpore bagnato. Dal sangue dell'esofago reciso, o di qualcos'altro incontrato da quelle lamette. Ma sono solo lacrime Mentre piove Nessuno si accorge di quella pazza. Nessuno si accorge di lui, non può parlare, gli fa troppo male. Tutti continuano a ballare. Brucia, Cristo Brucia! E quelle due cose gli restano dentro, per quanto cerchi di cacciarle fuori restano dentro. Ma forse… forse ci riesce. Sente un immenso calore salirgli dallo stomaco alla bocca, cala la testa e vomita. Sangue misto a succhi gastrici, ma quelle due cose gli restano dentro. Finalmente gli altri si accorgono di lui. Si crea un cerchio. Lo guardano dubbiosi, non capiscono che - cazzo cazzo cazzo - sta morendo. Accorre Gabriele: "Che ti succede?" Andrea continua a stare con la testa in giù sputando sangue, cerca di parlare ma fa troppo male. "Che cacchio ti prende?" chiede ancora Gabriele. Ma è inutile, non può capire, le luci sono fioche e finché qualcuno non le accenderà non capirà mai che quello a terra è sangue. L'unica cosa coerente che gli viene in mente di fare è indicare Roberta. Però lei non c'è più. È appena uscita ed ora è entrata nell'ascensore, fiera. "È stato lui a decidere di morire, io non ho fatto nulla" si dice, mentre in bocca sente leggermente il sapore di sangue di Andrea, dolce e amaro, per forza l'ha dovuto assaggiare. Non male, però. Qualcuno accende la luce e tutti vedono quello schifo rosso a terra. Vedono Andrea cadere in quella pozza mentre rantola e annaspa. Qualcuno urla e Gabriele chiama i genitori. Ma ormai è troppo tardi, non smette di sputare sangue, avvolgendo la stanza nel panico. Neppure i genitori di Gabriele possono fare nulla, chiedono com'è successo ma nessuno lo sa. Il padre chiama l'ambulanza, cerca di parlargli. Andrea non dice nulla pensa solo a Lucia. Se si fosse fidato di lei non sarebbe successo nulla. Se solo non l'avesse tradita... Mille violini suonati dal vento L'ultimo bacio mia amata bambina E la musica continua, malgrado tutto. È bello morire così, pensa Andrea. Tanto manca poco tanto già tutto sta finendo già tutto si sta oscurando ed io sto morendo Lucia non mi ha tradito ed è meglio che lo faccia perché al suo ritorno non mi troverà non riesco a respirare ma io la amo e non dovevo farlo ma è tardi e questa canzone è dolcissima chissà che stanno pensando di me questi qua intorno? chissà com'è dopo la morte? chissà se piangeranno per me? però io amo Lucia e mi dispiace di averla tradita mi dispiace pure che sto morendo e la musica è finita. Brucia sul viso come gocce di limone Il senso spietato di un non ritorno La canzone di Carmen Consoli finisce e gli occhi di Andrea smettono di muoversi all'impazzata in cerca di aiuto, s'immobilizzano rassegnati e sofferenti. Il volto sporco del sangue del suo ultimo bacio che, forse, avrebbe preferito dare a Lucia.

 

Non bere troppo prima di andare a letto

Quando vado a dormire dico sempre a mio fratello più piccolo: "Non bere troppo prima di andare a dormire, altrimenti va a finire che durante la notte ti svegli per andare a fare la pipì". Lui allora mi dice: "Va bene, però dammi ancora un bicchiere d'acqua". Così io gli rimbocco le coperte vado in cucina e glielo porto, lui beve e finalmente si può dormire. Mio fratello è più piccolo di me di cinque anni. In casa tutti diamo una mano, così per quanto è possibile io mi occupo di lui, e lui si occupa di me; o almeno questo dice per farsi più grande. Una notte però probabilmente, prima del solito bicchiere che gli porto, mio fratello ne aveva bevuti molti di più, per questo motivo verso le due del mattino si era svegliato perché doveva andare in bagno. Così si è alzato dal letto e scalzo ha camminato fino al bagno, ha alzato la tavoletta e l'ha fatta tutta tutta. Però mentre tornava in camera - com'è normale considerando l'architettura della nostra casa - è passato di fianco alla stanza di mamma e papà, ed è capitato che ascoltasse provenire da lì strani gemiti, poi lui mi ha detto che gli sembravano lamenti. Allora, impaurito, ha aperto la porta, trovando - cito le sue parole - papà che stava sopra a mamma che urlava e si lamentava perché soffriva, perché papà le stava facendo del male. Ora so che chi legge non è idiota, quindi è inutile specificare che anche due persone di una certa età come i miei genitori ogni tanto abbiano anche loro voglie sessuali. A dirla tutta io non mi scandalizzo, e neppure mio fratello, oltretutto lui è piccolo e ha capito una cosa per un'altra. È stato per questo che è andato nello sgabuzzino e cercando tra gli attrezzi da giardinaggio di papà ha trovato la mezza luna. Così con la falce piccola stretta tra le due mani è tornato in camera dei miei genitori. "Io non volevo che papà facesse del male a mamma" mi ha detto. "Mamma mi difende sempre, per questo ho voluto difenderla". Probabilmente i miei erano troppo impegnati a darci dentro perché non si sono proprio accorti di mio fratello, almeno finché lui non ha colpito papà nel fianco con la mezza luna. In quel momento papà ha urlato e tutti e due si sono accorti di mio fratello. Così mamma ha dato un calcio a papà, e per poco non glielo davo sul ferro del mestiere, scacciandolo via. Papà ha urlato più forte, portandosi le mani sulla ferita che colava. "Che ci fai tu qui?" ha chiesto mamma balbettante. "Mi ha ferito" ha detto papà, mentre le sue mani si bagnavano di sangue. "Ti ho voluto difendere, papà ti voleva fare del male" ha risposto mio fratello. Intanto mio padre ha continuato a voce più alta: "Mi ha ferito". Ma nessuno se n'è importato, né mio fratello ne mia madre che ha detto: "Ma piccolo, papà non mi stava facendo nel male". A quel punto papà non ci ha visto più, sia perché mio fratello era andato a fondo con quella falce, sia perché si sentiva trascurato, così ha urlato: "Mi ha ferito, Cristo!" Mamma allora si è alzata dal letto, ancora più incavolata di papà perché non tollera assolutamente bestemmie e parolacce in casa, si è avvolta nel lenzuolo e ha accesso la luce. Finalmente in quel momento si è accorto che mio padre stava davvero male, e se avesse tolto le mani dalla ferita l'intestino gli sarebbe scivolato fuori perché la falce era molto ma molto tagliente. "Ma sei ferito!" ha esclamato mamma, cercando di non farsi prendere dal panico quando invece era troppo tardi. "E che ti sto dicendo da mezz'ora" ha controbattuto papà, che non coglie mai l'occasione per non essere polemico. Il sangue aveva già inzuppato parte del letto, così mamma mentre cercava di far capire a mio fratello che papà non le stava facendo del male ("E che cosa ti stava facendo?", "Non del male!", "E che cosa? Ti stava curando?", "Si, mi stava curando", "E che cura era se ti faceva lamentare?", "Era una cura tipo… tipo la siringa che prima ti fa urlare e poi ti fa stare meglio") indossava la prima vestaglia che le capitava sottomano per portare papà in ospedale. Io di tutto 'sto casino me ne sono accorto solo il giorno dopo, quando al mio risveglio, non vedendo papà a casa, ho chiesto a mamma dove fosse. Allora lei, con un filo d'imbarazzo e con le guance rosse mi ha raccontato. Ora papà sta meglio, è solo preoccupato, come d'altronde lo è pure la mamma, che mio fratello possa avere qualche disturbo mentale a causa di questo episodio. Ogni tanto mi rimproverano che io dovrei stare più attento a mio fratello, ma che ci posso fare io? Oltre a dirgli di non bere troppo prima di andare a dormire, altrimenti va a finire che durante la notte si sveglia per andare a fare la pipì, non posso fare niente più. La colpa di tutto questo è loro: echecazzo quando fanno 'ste cose la potrebbero chiudere a chiave la porta!