Pio Favia

scrivo per passione. Ho all'attivo un romanzo pubblicato da poco "Bugiarda solitudine" che si può trovare su internebookshop.it e che sta riscuotendo un buon successo, per ora di critica.
La prefazione si può leggere nel mio sito http://space.tin.it/clubnet/piofavia
Ho 47 anni, sono sposato da venti e ho una figlia di otto. Abito in Aguillara Sabazia. Attualmente lavoro nel gruppo TelecomItalia nell'ambito della Security officer. Ho soggiornato a lungo per lavoro in Arabia Saudita ed in Libia.
Questo è il primo capitolo del mio secondo romanzo (non ancora pubblicato) che vuole essere una dura autocritica a chi come me c'era negli anni della crescita interiore ma non ha saputo coinvolgersi e lottare sufficentemente per evitare la realtà di oggi.

1

<< Escono dalla galleria in fila indiana. Mi guardano con insistenza. Sembrano volermi dire qualcosa. Ecco. Mi raggiungono. Il primo della fila è Giuseppe Colastefano, mio padre; mi parla con severità, lui, ma non è una sorpresa. Subito dopo è la volta di mia madre Carmela, implora, già rassegnata come sempre. Sono i miei fratelli, Alfredo e Vittorio, poi a farsi avanti; il primo mi parla con orgoglio e trattiene per la maglia il secondo che con angoscia mi tende le braccia e chiede aiuto, finché, lasciato andare, cade per terra. Per ultime Maria e Maria, le dolci mie sorelle che non dicono nulla; loro si limitano a guardare e sussurrare appena, credo di capire, il mio nome. Non riesco a sentire bene nessuno di loro, il grido del treno che corre ignaro verso la galleria è troppo lacerante. Vorrei fermare quella corsa ma non riesco a muovermi. Il frastuono è troppo forte e copre le loro voci. Mi terrorizza il sapere quanto sta per avvenire. Sto male. Cerco di riprendermi dall'irrealtà che mi opprime ma non ci riesco quando... ecco, dietro di loro spunta la mia donna. E' bella Carla, con un salto mi raggiunge, si stringe al mio braccio. Ha il sorriso della speranza mentre con il dito indica lontano nel cielo, in direzione del sole. Sono accecato, non vedo nulla. Ma... forse! Ad un tratto… ecco, vedo un passero, no, è una rondine, forse una colomba o, magari così grande è un'aquila, sempre più grande, sempre, sempre di più. Ora si…, si capisce, è qualcuno ben definito, ora lo riconosco, ma?… …E' un Angelo! Sorride mentre si ferma. Ci guarda, poi incita noi tutti a prenderci per mano. "Tutti!…
Ha il volto di mia figlia >>.

E' buio! Ancora la luce non filtra dalle finestre della mia stanza, ed ecco che sono già sveglio. E' sempre il fischio di quel treno a destarmi. E' puntuale lui. Da anni sfreccia traboccante di viaggiatori festanti davanti ai miei occhi assonnati mentre corre verso la buia galleria; apro allora gli occhi lasciando il mio sogno, e mi costringo a riconoscere gli oggetti sul comodino e il caro viso di lei che mi dorme accanto; solo così concretizzo che si è trattato ancora una volta del solito incubo. Sono sveglio, ormai in attesa che l'alba abbia ancora una volta pietà e liberi la mia povera mente dall'ombra cui è immersa. E' impercettibile il respiro di Carla, quasi non ci fosse; Adesso dispongo di altre venti ore per trovare le giustificazioni a ciò che è stato, poi l'incubo tornerà e con esso gli attuali interrogativi.

Ho vissuto i miei anni migliori immerso nel frastuono dei timpani roboanti dell'orchestra del vivere, quella che mi ha imposto il ritmo del fare senza sosta come in un magistrale Bolero, negandomi la possibilità di respirare, di un attimo di riflessione. Oggi che all'improvviso, quando per stanchezza o mera convenienza non desidero sapere più i come, né capire i perché, ecco che far finta di nulla mi diventa difficile. E' arduo oggi l'impedirmi le conclusioni; me lo impone quella saggezza che è opinione comune sia conferita dall'esperienza degli anni vissuti, quella che invece, ne sono ormai certo, mi è concessa dall'ipocrisia del senno di poi.

Sarebbe fin troppo facile, ora, l'alibi postumo della famiglia da mantenere, della serenità di essa; queste non dovrebbero essere buone ragioni da anteporre alla giustezza di proprie convinzioni. Curare soltanto il proprio orticello tra l' altrui deserto non è giusta cosa. Ma lo dico soltanto adesso.

Ora che ho finalmente deciso di provare a riconoscermi nel carnevalesco egoismo in cui mi sono crogiolato, sento il bisogno di un giudizio distaccato che mi assolva, che mi faccia espiare la colpa se ce n'è una, che magari mi condanni, che insomma, mi liberi dall'annosa compagnia dei dubbi. Sento di essere oggi costretto a capire se ho solo creduto di esserci; se gli attimi, le ore, i giorni passati a discutere nel convincimento del giusto, se l'impegno profuso insomma, fu dettato dalla luce del giorno, dal vigore della gioventù e dall'esuberanza di essa, dalla comune voglia di rivalsa della mia generazione, o invece se stato solo conseguenza del mutare dei tempi; se, in fine, sono stato vittima delle maledette circostanze. Oggi sono obbligato a capire, e mi chiedo, cos'era?… Una generazione particolarmente sensibile? Idealista come tutte le nuove generazioni? Prigioniera di se stessa, o di un comune stato d'animo? Vorrei capire se negli scontri verbali e fisici con le opposte fazioni anteponevo il valore delle idee a quello della mia incolumità fisica per convinzione, o se lo facevo alla stessa stregua di chi oggi, dopo lo sballo in discoteca, rischia la propria vita con l'automobile di papà senza un motivo valido, così, tanto per esserci e sentirsi illusoriamente vivo in un'esistenza da morti, o rendersi conto che se si può morire è solo perché infondo si è vivi nonostante tutto.

Fra poco sarà mattina e potrò distrarmi in qualche maniera; ora no, non posso, sono ostaggio di posticce riflessioni che prendono corpo nell'angoscia dei miei incubi. Diceva mia madre che il buio ed il silenzio sono come la fede, cose talmente profonde che l'uomo non saprà mai spiegare. Io credo di aver capito invece, che il buio ed il silenzio, oltre che accompagnarci verso l'eterno, possono donarci in vita l'occasione per vedere e sentire chiaramente. E' per questo che con la luce del giorno, questa capacità ci viene a mancare. Oggi non ho più la forza di ignorare ciò che è stato, e forse, confesso, nemmeno lo desidero più. Allora tanto vale che mi lasci tentare di capire se sono stato una piccola fiaccola che ha illuminato un utile percorso, oppure incerta ombra che ne ha celato uno pericoloso.

Non mi rimane che alzarmi; piano per non svegliare la mia compagna che dorme, per non destare i ricordi di cui è intrisa la mia casa, per non favorire l'angoscia dei pensieri che, so già, mi assaliranno non appena mi tirerò giù dal letto.

Ancora non mi preparo il primo caffè, e già mi porto al cospetto dei miei dubbi. Più vorrei evitarli, meno ci riesco. Ormai lo so, è dentro quei quaderni quello che cerco! Ogni tanto ne apro uno nella speranza di averne ricordato un passo diversamente da come invece troverò scritto, ma lo faccio sapendo che la mia è solo una falsa speranza. Lo faccio ugualmente.

Ogni notte trascorro le ultime ore che precedono l'alba in giardino, in compagnia del cigolio della sedia. Mi dondolo aspettando che i ricordi svaniscano con la luce. Sento che il tempo mi sarà sufficiente a trovare risposta.

Circa un mese fa decisi di non aprire più quelle pagine; due giorni dopo però ero lì, con i quaderni aperti sul tavolo; "…per dare un filo logico agli avvenimenti" mi sono detto, e ho iniziato a rileggerli per l'ultima volta.

P.S. Ho comprato un quaderno anch'io, questo in cui sto scrivendo, ci riporterò quello che l'ultima lettura mi andrà restituendo. Chissà che il triangolo si chiuda; che trovi risposta, e magari con essa la giusta serenità per accompagnarmi nella chiarezza del buio e la pace del silenzio.