Bianca Maria Folino

Sono Bima e da sempre navigo nella mia scrittura. Talvolta, anche in quella degli altri. So che in molti cercano la parola e in molti sanno che non esiste. Ma si continua a cercarla, come il vello d’oro degli argonauti. Io ci lavoro, con la mia scrittura per uno stipendio da poco e argomenti interessanti. Mi piace il mio lavoro anche se porta via tempo ad altre storie. Allora, quelle, le scrivo di notte. Sono qui per esserci e per tutti quelli che vorranno leggermi, ascoltare le mie storie. Sono un gatto dal pelo rosso, un randagio che si aggira sui tetti e spia vite altrui. Io vivo di parole e studio continuo, non si dovrebbe mai smettere di studiare, perché è lo strumento per affrontare il viaggio. Chi vuole partire con me?

RUGHE NON VISSUTE
omaggio a F. Kafka

Mi sono svegliato vecchio, questa mattina. Non so come ciò sia potuto accadere, né il perché e nemmeno il momento esatto in cui, questa trasformazione, ha appesantito il mio esistere. Vano sperare sia tutto un sogno… è già stato detto e nulla può mutare questo respiro che s’affanna, il fischio dei miei bronchi che lentamente dissolvono vapori, il mio stanco cadere sulla seggiola appoggiandomi, ricurvo, al morbido schienale. I braccioli segnano forme geometriche di angoli retti dove strisciano e s’allungano le estremità delle mie spalle, fino a penzolare in mani che si raggrinzano. Sono in una posizione statica, quella della vecchiaia e della stupidità. Odio quella flaccida protuberanza che la mia gola ha aggiunto al mento, il mio naso piú lungo, come gli anni che non ho vissuto. Gli occhi non vedono senza i vetri opachi che incorniciano questa maschera cadente che il mio viso è diventato. Le labbra affinate in una smorfia di disgusto per l’immagine di questo corpo che non mi appartiene.

Forse, ho una gobba pelosa sotto al mio collo (fortuna di chi la tocca), non ho ancora controllato, ma mi sento spostato in avanti, vecchio, con delle ridicole gambe spolpate, dalle ginocchia spigolose. Il cranio pelato e molli orecchie dalla cartilagine rinsecchita… ma tutto in me è molle e pelato.

Sto forse pagando qualche colpa? Non so, non riesco a ricordare, il mio orologio è fermo. So solo che ieri ero giovane, con tanta voglia d’amare e di vivere, di avere anche dei figli.

Ho sposato una splendida ragazza della mia età, trentacinque anni. Anzi, della mia vecchia età, perché adesso io penso di avere una settantina d’anni. Ora, come faremo, come farà lei a sopportare un povero vecchio pieno di scricchiolii doloranti?

Ma forse, non mi sopporta già da parecchio tempo, per quel mio vizio di correre dietro ad ogni gonnella. Che posso farci? Mi piacciono le donne, tutte. Una malattia, questa, dai sintomi visivi che porta ad avere una vista acutissima, patologica direi. Del resto, non posso farci niente, io sono cosí: amo il bello, le donne dalle curve sinuose e, anch’io, piaccio. No, no, piacevo. Adesso pago lo scotto di quell’ossessione mentale capace di trarre delle stimolazioni sessuali anche da una semplice parete bianca.

Sono diventato deforme: spalle, pancia, naso , orecchi, cranio, una massa di carne pesante che contrasta con il rimpicciolirsi del mio bacino, la magrezza delle mie gambe corte.

La mia mente è vuota, non riesce a capire, solo il tarlo del decadimento rode il mio fegato che mi procura acidità di stomaco e l’alito cattivo.

Io ero un ragioniere che godeva la sicurezza di uno stipendio di sedici mensilità. Ero tranquillo, senza tanti grilli per la testa o manie di grandezza. Certo, talvolta avrei desiderato qualcosa di piú, ma tutto sommato mi sentivo soddisfatto. E poi, guardando mia moglie, tutto passava e il lento scorrere dei giorni riprendeva il suo procedere.

Mi ha lasciato solo per tutta la mattina, è uscita a far compere e quando è rientrata, un solo attimo prima di uscire ancora, non mi ha voluto baciare, si è limitata ad appoggiare la sua giovane guancia sullo spigolo dei miei zigomi, con stizza. E’ tutto il giorno che osserva schifata la pellacchia che ricopre le mie tempie, il mio cranio senza un capello, la mia carne molle. Non mi sopporta proprio piú.

So già quello che accadrà: per mesi osserverà lo strascicarsi dei miei piedi, il mio equilibrio precario. Lei è giovane e bella, non potrà vivere cosí a lungo e preso si troverà un amante con il quale dividere quelle gioie che a me sono precluse.

Si baceranno, si toccheranno ed io rimarrò seduto, fremendo nel cervello, ma con il corpo statico e l'impotenza della vecchiaia, quella che trasforma i genitali in un sacco vuoto di pelle penzolante, di carne morta.
Forse, mi ucciderà. Non ci vuole molto ad uccidere un vecchio, basta un colpo sulla testa e l'osso fragile cede, lasciando uscire una schiumosa massa grigia, rimpicciolita dal rallerare dell'irrorazione sanguigna. Oppure, lascerà le finestre aperte ed il gelo coprirà il fischio dei miei polmoni, tramutando il catarro che, di quando in quando, sputo in un fazzoletto (mia moglie dice che quelle macchie gialle non vanno piú via), in buchi neri. E allora, riamarrano a Mirella due vie: onon curarmi del tutto e guardare la mia agonia, avrò la polmonite e non potrò piú respirare, i miei organi marciranno puzzando. Oppure, mi offrirà una sigaretta sotto la tenda ad ossigeno.
O ancora, il veleno: tanto il corpo di un vecchio impiega poco tempo ad andare in decomposizione. Potrebbe nascondermi nel solaio, aspettando che i topi rosicchino ogni tendine, ogni parte di cartilagine, spolpando bene tutto.
Non so come e quando lo farà, ma so che Mirella mi ucciderà.
Ed io non posso farci niente, solo aspettare.
Aspettare, mentre sento che la chiave sta girando nella toppa....