Marco Vallarino

Nato a Imperia nel 1977. Scrittore e giornalista, collaboratore del Secolo XIX, di Noir Magazine e di M-Rivista del Mistero, ha pubblicato più di sessanta racconti sul quotidiano genovese e su riviste e in antologie per l'Unità, Alacran, Addictions, Coniglio, Stampa Alternativa, Datanews, Perseo, Fanucci. La sua produzione spazia dal mainstream al fantastico alla fantascienza, con frequenti incursioni nell'horror e nel noir. Organizzatore di conferenze, presentazioni e incontri letterari, ha lavorato per vari locali, enti, scuole e associazioni culturali. È il direttore artistico di Mare Noir, il festival del giallo ligure che si tiene ogni estate in Riviera e dal 2005 è membro della giuria del Festival nazionale d'arte drammatica di Imperia. La sua antologia di esordio Ombre (Dominici, 1998) è stata segnalata dall'Almanacco della Paura di Dylan Dog come uno dei migliori libri horror dell'anno. Vive a Imperia. In rete è presente all'indirizzo: http://www.marcovallarino.it

In principio era la motosega

Al funerale la madre piange e il padre si dispera. E lui ride. In mezzo a tante facce contrite (contritissime, così fa ancora più scena), sembra Bin Laden che posa per una foto ricordo davanti ai resti delle Twin Towers, ma proprio non riesce a smettere di ridere. Pensa a com'è stato facile guadagnare trecento milioni e a quanto sono stati fessi gli altri due. Gli scappa da ridere ancora più forte. Qualcuno si gira a guardarlo male, malissimo (così fa ancora…), e allora lui esce dalla chiesa, tanto non ha più bisogno di fare l'ipocrita per piacere alla gente. Chissà se piacerà alla gente di Copacabana, alle meraviglie in tanga e topless che conquisterà col frusciare delle sue banconote.
In principio era la motosega: un tipo fuori di testa che si mette d'accordo col fratello perché gli tagli un braccio, per poi simulare un'aggressione e farsi dare dall'assicurazione il miliardo per l'invalidità permanente. Cinquecento milioni al motosegato e cinquecento al motosegatore, più facile di così si muore (infatti). Lui era entrato in scena al secondo atto, quando, dopo aver casualmente scoperto il diabolico piano dei due fratelli, aveva spifferato tutto alla compagnia assicurativa. Disposti a qualunque cosa pur di pararsi il culo, i dirigenti della società avevano offerto seicento milioni al motosegatore per tagliare con particolare 'decisione' il braccio del tipo e farlo morire dissanguato. Il ragazzo, il cui quoziente intellettivo era uno dei più bassi della provincia, aveva accettato. Meglio seicento milioni oggi che un fratello domani, aveva pensato, non sapendo che alla compagnia sarebbe bastato molto meno per sistemare tutto. Ducento lire per telefonare alla polizia e infamarlo, e trecento milioni per far sparire lo scomodo testimone di un triplo gioco al massacro che avrebbe messo in imbarazzo (oltre che in galera) non poche persone.
Sente il bisogno di festeggiare (di nuovo). Entra in un bar e ordina uno champenois. Lo sorseggia beato, pensando a quanto sarà bello sparire tra le tette e le cosce delle brasiliane. Prima di partire, gli piacerebbe andare a trovare l'altro in galera, per sfotterlo un po'. Ma forse è meglio di no. Se dovessero mai rivedersi, all'altro potrebbe scoppiare il cuore per la rabbia e per trecento milioni un morto basta e avanza. Chissà che faccia ha fatto, il novello "faccia di cuoio", quando si è trovato la polizia alla porta di casa. Pensava fosse il corriere, venuto a portargli i seicento milioni, e invece no: era l'uomo nero. Molto nero. Troppo nero. Sicuramente si sarà fatto in quattro per spiegare la situazione, sputtanando tutto e tutti, ma che credibilità può avere un folle che fa a pezzi il fratello con una motosega? E poi, il commissario di polizia e il capo della compagnia non sono forse vecchi compagni di scuola?
Finisce lo champenois mimando un brindisi a se stesso, poi esce in strada. Regala diecimila lire a una "madre di sei figli" che chiede l'elemosina, perché "a Natale sono tutti più buoni", poi torna al tratto di marciapiede dove ha lasciato quella già considera la sua ex macchina. Una Fiat Panda bianca, su cui spicca una bella multa per parcheggio abusivo.
Afferra il foglietto giallo e lo strappa in mille pezzi. Sale in macchina e mette in moto, affondando il piede sull'acceleratore con particolare vivacità. È quasi arrivato a casa, quando qualcuno gli dice: "Non ti voltare. È la canna della mia pistola quella sensazione di freddo che senti alla nuca. Non fare gesti avventati e andrà tutto bene. Adesso fai attenzione a quello che sto per dirti. Dobbiamo andare in un posto."
È troppo spaventato per tentare una reazione o anche solo per chiedersi come abbia fatto quell'uomo a introdursi nella sua (ex) macchina. Guida con le mani che gli tremano come due budini col morbo di Parkinson, fino ad arrivare in una strada buia e stretta. Un vicolo, dove probabilmente nessuno mette piede fino alle sette di sera. Adesso sono le cinque meno un quarto. L'uomo con la pistola gli ordina di fermarsi e lui obbedisce. Si gira a guardarlo speranzoso, ma l'arma è ancora bene in vista. Troppo in vista. "So che ti hanno dato trecento milioni per farti sparire."
"È così" conferma con voce tremante.
"A me ne hanno dati duecentonovantanove."
"Per cosa?"
"Per farti sparire."
Nessuno sente lo sparo e nessuno vede il sangue schizzare dappertutto nell'abitacolo della macchina. Nessuno tranne l'uomo con la pistola, che però non vede la cosa più importante.
L'uomo col fucile a pallettoni. A cui hanno dato duecentonovantotto milioni. E l'uomo col mitra. A cui ne hanno dati duecentonovantasette. E l'uomo col…

col…