| Francesco Zambelli E' il primo capitolo di un racconto lungo, comunque se stante, che narra di
un ragazzo alle prese con la societa' capitalista in una fredda citta' del nord italia.
Questo vorra' dire l'addio alla religione inculcata da bambini per arrivare ad iniziare a
fare politica da comunista. |
I. Esattamente all'opposto di quanto accade nella
filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo.
Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da
ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui
agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo
reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di
questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell'uomo
sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente
constatabile e legato a presupposti materiali. Di conseguenza la morale, la religione, la
metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse
corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell'autonomia. Esse non hanno storia, non
hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro
relazioni materiali trasformano, insieme con questa realtà, anche il loro pensiero e i
prodotti del loro pensiero. NON È LA COSCIENZA CHE DETERMINA LA VITA, MA LA VITA CHE
DETERMINA LA COSCIENZA. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come
individuo vivente, nel secondo modo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli
stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro
coscienza.
K. Marx - F. Engels, L'ideologia tedesca, 1945
Andando a scuola quel mattino tante erano le cose che mi chiedevo.
La sensazione prevalente era: "Non sono mai stato in qualcosa che si definisce
"superiore", cosa cambierà?". Non riuscivo a conciliare quella parola, con
quello che m'immaginavo m'avrebbe atteso per i seguenti cinque anni. Si trattava, forse,
di chiudere porte. Una vita di gente che non leggeva libri, nel piccolo paese di prima,
trovarmi di fronte a gente di figlia ricca e simile a me ma che non c'entrava nulla con
me, proprio nulla. Una scuola media che nulla era stata, paragonata con questo edificio a
cui ero di fronte, di cui la preside ci elogiava i laboratori, i computer, le pareti nuove
mi raccomando che restino bianche a lungo. Un paio di ragazzi in bici, già conosciuti in
esperienze precedenti, mi accompagnavano in quella classe. Un'amicizia, tra noi tre, non
sarebbe mai potuta nascere, e lo sapevo fin dall'inizio.
Andando a scuola, quel giorno, sentivo che sarebbe cambiato un po' tutto. Sarebbero
arrivati i professori, si sarebbero aperti i diari. Mentre gli altri segnavano compiti, io
iniziavo a scrivere. Il primo compito fu di descrivere la mia vita, la famiglia, gli
hobby. Sconvolgente la fantasia di certi professori, pensai per un sacco di tempo. Quella
classe odorava di vecchio, anche se la scuola era nuova. Appena costruita, i primi ad
entrarci fummo noi.
Noi. Venti facce tutto sommato inutili. Venti facce, ne avevo già viste due oltre alla
mia, ma contavano come le altre diciassette. E tra tutte quelle, nessuna mi interessava
qualcosa di più di zero.
Aprii il diario, quel giorno, per scrivere la prima poesia contro la scuola. Senza capire
nemmeno perché. Lo sentivo
e basta. Aprii il diario, gesto istintivo di chi pensa
di avere qualcosa da dire e nessuno a cui raccontarlo. Aprii il diario
come tante
altre volte feci di fronte a quella lavagna di segni troppo logici per essere
interessanti.
Il silenzio
il non parlare con nessuno. L'avere di fronte quelle venti facce di
persone diverse, troppo diverse per trovarci un senso comune, qualcosa da condividere.
Nulla, nulla da dire a quelle facce.
Scrivere
sogni di viaggi lontani e lettere a persone ancor più distanti
persone che non esistono. Insieme di viaggi nell'aria e di voli e di discorsi immaginari
che non c'entrano nulla con quattro pareti e venti persone e dieci professori. Una
finestra di magici voli, un diario pieno di sogni.
Mancanza di chi vive storie semplici. Presenza di chi aveva una meta precisa, da cercare
per realizzarsi, di chi già era stato segnato dai genitori proiettato verso un futuro di
gloria e di soldi. Per chi, come loro, in un liceo linguistico, cercava di imparare lingue
ad uso di viaggi di lavoro.
Diversi loro da chi cercava di imparare le lingue per partire con la mente verso luoghi
sconosciuti, da chi voleva leggere poesie scritte in altri posti ed altri tempi, per chi
ancora non sapeva dell'esistenza di tutto ciò che è materiale, responsabilità, vita
adatta alla società. E quello, ero io, Omar Assotti, spesso chiamato Asso ma non perché
fossi migliore di qualcun altro.
Andare avanti, con pomeriggi in un campo di basket e mattine a sfogliare un diario, per
una sorta di destino che comunque mi aiutava a ottenere il minimo per superare tutti i
test, tutti i compiti, tutte le interrogazioni. Inutile sarebbe stato spiegare agli altri
la non importanza di tutto ciò per la mia vita futura. Inutile spiegare il non parlare,
il guardare in silenzio, il non ascoltare, a chi pretendeva di ottenere risposte coerenti.
Con una musica in testa, ogni mattina, sempre quella, una canzone di cui non si sarebbe
mai scoperto l'autore.
Non pensare a volte, persino quello. Tutto quello che facevo era buttarmi nel tirare
avanti, scrivere, arrivare a casa, leggere, uscire, giocare a basket, rompermi un
ginocchio e iniziare a guardare le partite in televisione da quel giorno in poi.
Non avere nemmeno più la possibilità di saltare verso l'alto. Mi mancò, mi manca ancor
oggi
la prima partita di campionato, felice di avere ottenuto il ruolo di capitano
fin dall'inizio. Gli spogliatoi, gli amici che non leggevano i libri ma passavano bene la
palla, correvano verso il canestro, si buttavano verso i rimbalzi. Gli amici che dentro
gli spogliatoi dimenticavano una vita di lavoro a quattordici anni, gli amici che non
avrebbero mai capito nessuna delle frasi scritte su quel diario. La squadra di basket era
una delle cose che più mi permetteva di essere vicino a loro, i pomeriggi insieme, le
partite senza allenatrice sotto il sole dell'una e mezza in estate per prepararsi
all'esordio in campionato, quell'anno. Ore e ore di canestri sbagliati, tiri liberi che
sembravano più lontani, centinaia di passaggi e passaggi per imparare a fare bene il
"dai e vai" che tanto era l'unico schema che avremmo studiato. Il saltare, il
correre, l'allungarsi delle braccia. Il tutto verso il sole.
Quella partita si giocava da soli nove minuti, e il capitano avversario partiva dalla
lunetta per un terzo tempo che non si poteva lasciar terminare. Palla schiacciata contro
il tabellone, e ginocchio piegato al contrario.
Sbam.
Il resto era una vita che andava da sola. Senza che nessuno facesse
qualcosa per muoverla in una certa direzione. Solo una strana fede in Dio mi permetteva di
andare avanti, di trovare un senso, di credere che "è giusto così, prima o poi
accadrà qualcosa".
Ma questo tenersi tutto dentro, e il non pensare nemmeno durante lo scrivere. Frasi senza
senso a contornare una non esistenza di viaggi immaginari. Ripetersi, ripetersi sempre.
Non trovare nulla di coerente.
Andare avanti, comunque. Questi sentimenti un mattino, qualsiasi mattino.
Dire buongiorno. Il peso di dover dare del lei, a segnare un distacco già troppo
evidente. Il peso di stare zitti ad ascoltare e non poter pretendere la stessa cosa. La
mancanza di essere ascoltato perché a nessuno interessa. I pomeriggi a scrivere,
lasciando lo studio agli altri.
Dove finì la poesia, quando uscì da quel diario?
Trovare qualcuno per leggere non era importante. Non come fissare l'attimo sul foglio, per
poi ritrovare le parole e gli stati d'animo dopo anni.
Un anno dopo, ricordo, entrava in classe qualcuno che sognava.
Un anno dopo, iniziare a parlare, poco ma bene. Forse due o tre, i discorsi. Forse una o
due le lettere. Ma forte il ricordo di chi cercava qualcosa di più e pensava che quella
fosse comunque una strada da percorrere per ottenerlo.
Entrare in quell'aula e vedere sei persone nuove. Sapere che una canta. Stare zitto, ad
ascoltarla cantare. In quelle strane giornate in cui la scuola si fermava e acquistava un
aspetto umano, come l'ultimo giorno dell'anno. Ascoltare la sua voce. Non le parole, ma
solo la voce, che solo quella era importante. Provavo invidia, desideravo sapere fare
qualcosa di così bello, così bene.
Non averle mai rivolto la parola, come quasi a tutti gli altri del resto. Vivere
esperienze diverse, stati mentali, nello stesso luogo e nello stesso tempo. Trovare che
nulla è più bello di avere qualità così particolari, come quella voce. Sapere che lei
ha studiato, glielo hanno insegnato, e provare rispetto verso chi si impegna così per
qualcosa che vuole ottenere.
Una costanza che mi mancherà per sempre.
Trovare qualcuno così vicino, finalmente. Sapere che lei è accanto a me tutti i giorni,
con quella voce che all'improvviso può cantare qualcosa, che può farlo in qualsiasi
momento senza avere bisogno di nessuno strumento meccanico, nessuna amplificazione
elettronica, così
solo aprendo la bocca e dandole fiato.
Ammirazione, per chi dentro di sé porta qualcosa, per chi non ha bisogno di strumenti.
Per chi sogna.
Per chi otterrà qualcosa dai suoi sogni.
Vederla uscire da quella classe di corsa per andare al conservatorio, senza pranzare, per
poi tornare a casa la sera, dopo quasi un'ora di autobus che abitava lontano, e dedicare
tutto il resto del tempo a studiare per il giorno dopo. Quella che più tardi andava a
dormire e più presto si alzava, e nessuno capiva i suoi sacrifici, se sarebbero serviti a
qualcosa. Era una delle migliori anche a scuola ovviamente, unica piccola ricompensa
immediata destinata a chi dava il massimo di sé in ogni cosa. Avrei potuto innamorarmi di
lei, magari, se non le avessi voluto così bene
Diari e diari si stavano intanto riempiendo di rime e racconti. Le cassette della posta
rimanevano vuote, ma le lettere scritte, non spedite, erano anche troppe. In ogni parola
un senso da ricercare, difficile da trovare, troppo faticoso per le masse. Capire che una
bella voce la può apprezzare quasi chiunque, e che le parole di chi vive solo dentro
riceveranno solo rifiuti. Abbattersi, forse, ogni giorno di più.
Andare avanti, lo stesso. Senza più dire alcuna parola
con una cuffia nascosta nel
polso della camicia, un orecchio destinato all'appoggiarsi per uscire più facilmente da
una realtà che non ci piace.
Con lo scrivere sul banco, trovare cancellato ogni mattina, ricominciare a scrivere.
Imparare a memoria poesie, ma non la "Divina Commedia", non solo quella.
Il canto dell'Ulisse, quello ovviamente sì.
Apprezzare in un certo senso tutta la letteratura che viene
insegnata, ma amare di più quella di cui nessuno parlava mai. Disprezzare le scelte dei
professori, con un po' di presunzione tipica di quella mia età passata, trovando sempre
da leggere un libro ancor più bello di quello che veniva consigliato tra i banchi la
mattina.
Passare i pomeriggi di fronte alla vetrina della biblioteca del padre, a scegliere che
libro iniziare e forse finire quel giorno. Capire che prima di scrivere, bisogna molto
leggere, sentirsi male, ricominciare, buttare via, conservare, quasi senza motivo tagliare
o aggiungere, ogni singola frase, ogni singolo foglio.
Coerenza, questa parola, troppo difficile da pronunciare.
Passare dalla politica ai sogni, dal materiale all'immaginario, dalla scienza all'utopia.
Non trovare una strada, una che realizzi.
Pensieri confusi, ogni giorno, ogni mattina, ogni volta che varcavo quella soglia.
Non alzare la mano, non entrare mai in competizione con chi approfittava degli sbagli
altrui. Suggerire, sempre, a chiunque fosse in difficoltà, ogni volta che potevo
ma
aprirsi, mai. Parlare di ciò che c'era dentro, mai. Parlare di superficialità, quello
spesso
per sopravvivere, per capire che cosa ci trovassero di bello gli altri, per
leggere negli sguardi se qualcun altro stava male.
Essere di conforto, sempre. Per chiunque non avesse qualcuno a cui parlare. Per chiunque
raccontava ciò che c'era dentro.
Prestando quel diario, a qualche compagno che forse avrebbe potuto
capire, troppo grande fu la delusione per ripetere l'esperimento. Troppo difficile da
sopportare un'altra volta la faccia di chi si stupisce, di chi dice stai esagerando, di
chi pensa sei paranoico.
Tentare di suonare. Trovare una chitarra, appoggiarla sul ginocchio che fa male, muovere
le dita scoordinate tra le corde in cerca di un suono decente. Rinunciare dopo pochi mesi,
tornare a sognare il vecchio canestro di quando la scuola si chiamava inferiore. Quando il
mondo era sicuramente molto meno complicato.
Viaggiare, viaggiare, pomeriggi sugli autobus di periferia che portano accanto alla gente
che non pensa, la gente che lavora, la gente che si sta divertendo. Avanti, indietro,
ultima corsa, ritorno a piedi. Cercare poesia anche in tutto ciò, nella gente comune, in
quella tristezza solita dei lavoratori notturni, nel dolore - fierezza di chi mantiene una
famiglia e non sa che altro potrebbe fare.
Responsabilità. Desiderio di restare in aria per sempre. Dove nessuno dice un diploma è
importante, ripete se non studi non sei nessuno, ricorda raccogli solo quello che semini.
Frasi fatte, con così poco senso. Frasi fatte da chi non capiva che cosa volevo studiare
io.
Non uscivo mai di casa senza un foglio di carta, una penna, e spesso una macchina
fotografica. Mi sarebbe piaciuto raccontare una storia per ogni singola persona che
incontravo in quei viaggi, lunghi quasi venti chilometri e quindi che duravano tutto il
giorno, da un capolinea all'altro al capolinea e di nuovo indietro. Salire su un autobus,
e sapere che a un certo orario sarebbero state certe persone a sedersi accanto a me.
Studiare quegli orari, le abitudini della gente, alzarmi presto per fare il solito giro
ancor prima di andare a scuola. Ricordarmi, ogni sera prima che chiudessero i negozi, di
comprare le batterie per il walk man, di preparare la musica per un'altra giornata di
vagare. Sentivo che il secondo anno non è poi così diverso dal primo, che non si è
proprio "superiori" a nessuno. Giocavo con la contraddizione, riconoscevo in
ogni faccia di quei viaggi chi aveva fatto le "superiori" e chi no, cercavo di
indovinare poi quale delle persone valeva di più.
Le parole si accumulavano, i fogli riempivano i cassetti, i quaderni di scuola, a
contornare grafici matematici derivati da formule così razionali, così perfette, così
equilibrate, così troppo distanti da me. Troppo coerente, ogni scienza era al tempo
troppo coerente per andar d'accordo con me. Anche in quella Seconda Superiore. Si legge
SS, se l'abbrevi.
Come l'anno precedente, come l'anno successivo. Capivo che quelle
persone avevano un futuro davanti, avevano una strada tracciata da ricerca di successo,
eredità future di genitori padroni di fabbriche, raccomandazioni per passare i test di
medicina ed entrare in ospedali, desideri di imparare le lingue per lavorare in qualche
multinazionale che in paesi lontani sfrutta bambini e vende mine antiuomo, capitalisti
comunque non peggiori di chi mette in pericolo la vita dei lavoratori non concedendo tutte
le misure di sicurezza, non rispettando i limiti di rumori e polveri, concedendo salari
minimi e magari senza assicurare. E mi sentivo così fuori, da certi giochi di
potere
"destinato ad altri", mi ripetevo, "tutto ciò è destinato ad
altri"; mi guardavo attorno con aria quasi indifferente, da osservatore, sentivo una
sorta di impotenza, forse inerzia, un andare avanti degno di chi non sa come uscire da
situazioni prive di significato; rimettevo allora solerte la mano destra accanto
all'orecchio, e facevo sparare al walk man musica lenta - che più che musica quella era
poesia.
Gite scolastiche che equivalevano a lunghe passeggiate in solitario, Venezia, Verona,
Mantova ed il resto, cene consumate per cortesia e compagnia, e per sentire una voce che
canta. Pullman carichi di ragazzi che cantano, e sentire solo una voce, guardare solo una
bocca, e un ammiccare a sottolineare un che di diverso - consapevolezza a confermare.
Treni con biglietti prenotati, professori che si intromettevano cercando di sembrare quasi
alunni, turisti per caso che si inserivano in conversazioni rituali riguardanti voti
interrogazioni gelosie e simpatie, con quell'aria di uomini vissuti solo perché loro
facevano l'università e in un anno e mezzo era tanto se scampavano alla chiamata alle
armi. Chitarre che si alzavano, zaini pieni di panini e sogni, o almeno qualcuno ne aveva.
Ricordo i fogli nel mio zaino, il parco di uno dei palazzi di Mantova, mentre gli altri
cercavano gelati e io trovavo rime. Mentre gli altri ascoltavano le guide, e io colonne
sonore a commentare quegli affreschi. Mentre gli altri prendevano appunti, e io a trovarli
nella mia memoria.
Persone, persone
diverse. Diverse da chi viveva in un piccolo paese, insieme a chi
era comunque diverso da me. In un certo senso, la mattina i figli dei ricchi di mentalità
piccolo borghese insopportabili, e il pomeriggio quei ragazzi che certo non volevano
sentir parlare né di poesia né di storia
il mattino il classismo di chi si sente
superiore perché è ricco, e la sera il razzismo di chi si sente superiore perché è
lombardo, bianco, uomo, eterosessuale e ingoia un pezzo di pane dicendo che è il corpo
del figlio di un Dio importante invece che pregare sdraiato su un tappeto. Come se certi
riti, visti da fuori, fossero più comprensibili di altri, avessero un significato diverso
dalla necessità di sentirsi parte e nascondere con le emozioni inspiegabili ciò che
invece la ragione può spietatamente descrivere come irrazionale, privo di senso, utile
solo a chi deve mantenere e giustificare i propri privilegi.
Non era facile trovarsi sempre lì, su una sottile linea che divideva il bene dal male,
nel tentativo di ottenere il massimo dalle situazioni che vivevo di volta in volta. Non fu
facile apprezzare la semplicità distinguendola dall'agire con violenza verso il più
debole, e capitò molte volte. Non fu facile ammirare la cultura e odiare chi la portava,
compagni di classe che studiavano ma che non vivevano nel mondo, personaggi strani che
credevano tutti avessero le stesse loro opportunità, le loro stesse possibilità; persone
che arrivavano quasi a livello di xenofobia, e predicavano l'importanza della pena di
morte razzista - e io che l'avrei data solo ai loro genitori, che erano fuori solo per
avvocati senza scrupoli e tangenti.
Perché in fondo era un confine stretto, la sommità di una montagna che portava
facilmente a cadere ed entrambi i versanti erano sbagliati.
Non trovavo un senso terreno, a quel tempo credevo che tutto si potesse risolvere solo
nell'aldilà, in un mondo che io aspettavo come risposta a tutte le ingiustizie, un mondo
che si costruiva mentalmente come "praticamente ovvio". Ma per il mondo terreno,
era una lotta che dovevo affrontare dentro, non potevo essere aiutato da nessuno perché
non conoscevo nessuno che viveva come me. La risposta fu nella nonviolenza, in artisti del
compromesso come Gandhi e Martin Luther King, e in associazioni come Amnesty
International. Quando ero piccolo, e ancora non avevo iniziato a capire le cose importanti
della vita. |