Livio W. Cotrozzi

ho 40 anni ed ancora vado sui bus, come uno sfigato, quando la mia moto non vuole uscire dal parcheggio. Scrivo da quando ho 14 anni, il mio primo racconto é stato pubblicato allora e non mi sono più fermato. Ho lavorato per la televisione e la radio, anche il teatro ogni tanto m'ha lasciato parlare e nel'95 ho pubblicato il mio primo libro. l'ultimo uscirà per la fine dell'anno. Oggi mangio pane e mortadella, quando faccio il buono.

I Dugonghi

Quando ho finito di leggere quel libro, non sapevo se era meglio piangere o farmi una sega. Così mi sono fatto una sega, poi ho pianto. Mia moglie comincia a preoccuparsi un poco della mia salute, diciamo così, cagionevole. Ovviamente come tutte le ninfomani pensa solo alla salute del mio pisello. Due o tre volte mi ha chiamato impotente. Forse ha ragione, ma mi piace troppo bere eppoi c'è sempre un altro modo: la lingua, funziona sempre. Magari meglio una leccatina ogni tanto così non si perde il vizio e non si fa torto a nessuno.
(Guerra? Che guerra? Qui, tutti i giorni c'è guerra! Io corro sempre dietro a mio figlio per tirarlo fuori dai casini. Della guerra io so tutto!)
Musashi davvero non sa fare il padre. Forse sarebbe stato bravo come fratello, ma le troppe femmine della sua famiglia, l'hanno viziato.
(le poesie sono una medicina, ti aiutano a combattere tutto quello che non riesce a stare chiuso infondo alla tua anima. Quando sei pronto, prendi la penna e loro sono lì.)
Suonano alla porta, ma Musashi non risponde mai. Non gli importa più nulla, non ha più parole da dire. Il perché l'affascinava il viaggio nell'aldilà, verso il paradiso di Allah era facile: "il Bacino del Profeta, lì dove è dimora eterna, i beati godranno della gioia del creatore. Il prato verde del Paradiso, dove alloggeranno per l'eternità le anime, è solcato da ruscelli i limpide acque. Alberi con frutti generosi, vino in abbondanza e vergini bellissime dai grandi occhi neri e turgidi seni."
Questo era veramente un Paradiso! ma Musashi sapeva che non poteva essere vero. Ma ci credeva. Tutti odiano la morte, temono la morte ma solo i credenti che conoscono la vita dopo la morte saranno quelli che cercano la morte. No, Musashi non ci poteva credere, ma la tentazione era forte.
La sua prima moglie aveva tredici anni. Le tette appena abbozzate, e lo sguardi di chi ti guarda con l'unico stato d'animo possibile: l'ansia. Il suo segreto era una voce sfiatata, i piedi troppo lunghi e il suo naso che non piaceva a nessuno, ma lei vinceva sempre. La ribellione di fronte all' angoscia, alla tristezza, alla malinconia della vita. La prima moglie di Musashi era sempre affamata di dolci. Ne mangerebbe in continuazione, anche quando lavorava. Con lei accanto, con la sua bellezza, finivi per divertirti senza preavviso.
(È sacro il fuoco che riunisce la gente per parlare e stare in silenzio. E sacra è la parola, figlia e madre del silenzio)
La guerra è finita. Con la pace è arrivata la libertà. Per la giustizia servirà un pò di pazienza. Donatella, per la prima volta dopo tre anni, è uscita dalla sua casa. Erano finite le prigioni. Niente più uomini attorno. Niente più veli intorno. Sua figlia camminava guardinga, accanto a lei. Piano, verso la scuola. Lontano nei boschi, le fate la chiamavano. Donatella e sua figlia vivevano nella più isolata casa del paese, una casa di fango e sputo, vigilata dai cani e dalle mosche. Donatella e sua figlia avevano appeso ai rami degli storpi, come sterpi d'alberi di Givola duri e neri, centinaia di fiocchetti, fatti di brandelli di stoffa, perché fossero scudo per spiriti maligni insieme ai quattro cani, difensori del corpo di Donatella e sua figlia. Ma né i cani né i fiocchi sapevano spaventare le bombe. Verso sera il temporale si scatenò. Il lago salì velocemente e il fiume, solito scivolar lento e noioso accanto alle povere case, tracimò. Donatella fu trascinata via e divorata dalla furia del fango. S'era fermata a pescare sulla riva, un pesce enorme che conosceva già perché gli aveva parlato spesso della sua piccola figlia, di suo marito, sparito, così. Ma la pioggia si stancò, il fiume si fermo, di nuovo ed il vento aspettò che il lago smettesse di borbottare. Sua nonna rideva. Immaginava la figlia navigare dal porto verso il mare.
Cantavano le voci della riccia vestale del diavolo, ondulando tra i suoni, i riflessi rossastri della sua vagina. Donatella aprì la bocca ma non ne uscì niente. Il fiume al mattino era tranquillo. L'aria innocente e le fronde, sfioravano il pelo dell'acqua. Il corpo di Donatella comparve, fluttuando, alla deriva. Sua figlia quella notte accese il suo primo fuoco.
( chissà dov'ero, se nell'esorcismo comico o nell'endorcismo filosofico)
Il sole pomeridiano filtra dalla finestra socchiusa. Riccardo, seduto sulla sua poltrona, legge ancora. La testa scoppia da giorni. Il medico dice che fuma e scopa troppo. Lui non ci ha mai creduto. Nell'appartamento del ministero, a due isolati dall'ambasciata, occupa una stanza di cinque metri per sette. Insieme ad altri dodici come lui. La notte prima della Grande Marcia dormiva. Fosse stato un soldato si sarebbe detto che era ubriaco. Intontito dall'hashish, magro e scheletrico tanto che si vede il cuore battere sotto le costole, sta lì. Il primo bicchiere lo butta giù a colazione. ino. Un pò frizzante. A quarant'anni non si ha più cos'è il caffè. La sua canzone è un campari & gin. Ed arancio. Quando era più giovane il whisky lo beveva per sciogliere i freni della timidezza. Più facile conquistare le ragazze. Quelle che sembravano le ragazze, brillo com'era. A settant'anni ormai a Riccardo andrebbe bene qualsiasi cosa: birra, vino, sambuca. Per fermare il tremore. Per vincere l'ansia e la paura. Dai suoi occhi erano spariti gli alberi e le nuvole, le strade, i visi e le persone, il pianto ed il riso. Le parole presero a nuotare lontane, lasciando spazio al solo pensiero: "quando potrò bere il prossimo bicchiere?"
(Cos'è il disgusto? Semplicemente un accenno di vomito e ciò che vomitiamo in qualche modo è stato dentro di noi.)
Roberto "Gatto Silvestro", prende un giorno alla volta. È l'unico modo per tenere i piedi per terra. La sua vita è un incubo ed allo stesso tempo una meraviglia. Fai quello che vuoi. Quello che hai sempre voluto fare, perché ogni giorno è diverso da quello prima ma alla fine è difficile sopportare di vivere così, perché non puoi più smettere di vivere.
Lo ricordo bene il mio compagno di banco al liceo. Spesso aggrottato e altrettanto spesso ironico, incapace d'adattarsi alle grottesche figure che noi componevamo nell'eterna ricerca d'un pallone liso e scivoloso. Non so fino a che punto la memoria mi rimandi un'immagine fedele di come eravamo, ma quando mi fermo a vedere la nostra vecchia scuola mi pare d'averlo ancora vicino. Rivedo il sorriso e lo sguardo curioso dei suoi sogni. Tutto intorno c'è la città che svela i suoi non-luoghi, che se ci giri a piedi ti senti inutile. Autostrade, bretelle di raccordi, chilometri d'asfalto. Impossibili per un essere umano, solo, senza scocca.
(La follia è dentro di noi, si sa, come il destino sociale, il vizio, il vino. Ogni tanto qualcuno...)

 

L'ultima estate a Ripafratta

Il mio nome è Giovanni e sono un bambino. Ho otto anni e sono nato a Roma, in una casa a piazza Navona. Da quando hanno ucciso tutte quelle persone all'Ardeatino vivo qui, a Ripafratta, con mia madre e mia sorella. Il babbo è ancora laggiù a Roma. Solo.
Passo le mie giornate giocando. Sono passati 10 giorni da quando i tedeschi sono passati di qui, ed adesso ci sono dei soldati americani che lavorano attorno ai binari. Tolgono quelle bombe che quei bischeri di tedeschi hanno messo 10 giorni fa ma poi sono andati via senza far saltare nulla. Scemi veri. Mamma dice che è stato grazie alla zia. La Bianca s'era innamorata d'un soldato tedesco. Se la voleva portare via ma lei è rimasta qui. Mia sorella ci scherzava sempre su, le femmine...

Le giornate che ti cambiano la vita iniziano, di solito, come tutte le altre. Siamo nel 1944, ve l'ho detto. I tedeschi stanno scappando. Erano nostri amici ed ora ci sparano contro, che stronzi! Ma loro non parlano con noi bambini e nessuno ci dice che cosa succede. Io vi racconto solo quello che so. Non ho voglia di farlo ma il babbo vuole sapere cosa è successo anche da me. Mio padre.
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Nell'agosto di quell'anno inizia la storia che sto per raccontarvi; i tedeschi scappavano sconvolgendo l'Italia con un'infinità di barbarie. Siamo nella campagna toscana, alle pendici del monte Pisano e d'una rocca che, già nel '44, era irrimediabilmente annerita. Il paese non ha un nome imponente e spesso si fa dimenticare, in fondo sono solo poche case, un cimitero che porta da sempre solo due cognomi ed un fiume: il Serchio, che proprio lì ha un'ansa e un breve salto. Per Ripafratta passa la ferrovia per Firenze, lambendo quelle case, grosse come caserme, la strada stretta e bianca ed il fiume.
Come sempre nella vita le cose belle t' accadono per caso ed è difficile vederle subito, capirle. L'8 agosto del 1944 una guarnigione della Wehrmacht con il suo carico di uomini offesi, distrutti e peggio ancora, incattiviti, arrivarono qui, a Ripafratta. L'Italia aveva tradito l'alleato germanico e quel gruppo di ragazzini e adulti bastardi come la morte avevano un compito preciso, come retroguardia d'un contingente più grande, dovevano tagliare la strada agli americani che oramai avevano messo piede sul territorio, ed avanzavano dritti verso la linea Gotica, spingendoli, con forza, verso i confini nord del paese.
Quel gruppo di sbandati, che avevano perso la gioventù tra le barbarie e la follia, s'accamparono nel paese, requisendo un'intera casa.
Il loro compito, che fino a quel momento avevano adempiuto con solerzia barbara, fu messo a dura prova da una cosa che davvero non credevano d'incontrare mai più..
Il 35° reggimento Waffen SS, l'avanguardia della 16° panzergrenadierdivision arrivò una mattina calda calda a minare la ferrovia e il ponte sul Serchio per tagliare la strada agli americani verso Firenze.
Io me ne stavo seduto davanti alla porta di casa, veramente a non far nulla. Il nonno non mi voleva in giro quando strigliava i cavalli. Papà era come lui. Il babbo riparava gli orologi in un negozietto a Roma. Io andavo ogni tanto con lui ma lui mi diceva sempre di starmene buono buono ed io mi scocciavo. Anche quel giorno mi scocciavo. Giocavo con la ghiaia quando vidi quegli stivali lucidi davanti a me, alzai la testa e lo vidi, Max Simon.
Quel tedesco proprio non mi piaceva. Alto e magro sembrava un bastone. Mia sorella in disparte non lo guardava in faccia. Rimaneva a fissare i suoi stivali, neri e lucidi. Alza la testa! Gli avrei voluto gridare ma le mani di mio nonno mi girarono dall'altra parte e mi spinsero verso la porta.
Uscii e sulla porta mi girai e chiamai con un gesto mia sorella ma lei era troppo spaventata, nemmeno mi vedeva. Aveva ancora il fiatone. Era stata lei per prima a vederli arrivare. Sicuro era nell'orto. Solo da lassù si riusciva a vedere tutta Ripafratta. L'aria è cambiata e non è per l'estate o i brividi sulla schiena, arriva la vita quando sembra andata via.
La Mamma rimase tutto il giorno in casa. I soldati tedeschi un po' entravano in casa ed un po' armeggiavano intorno alla torre campanaria. La torre è sempre stata lì. Era un onore per noi essere sempre stati i custodi di quella torre. La voce del signore passava ogni giorno nelle nostre case e la domenica la potevamo sentire zittire il Serchio. La volevano buttare giù perché il loro carrarmati non ci passavano. Volevano buttare giù tutto il paese. C'avevano messo talmente tanto di quel tritolo che sarebbe saltato tutto il paese e se quel brigadiere scemo che era entrato in casa il primo giorno non avesse conosciuto la Bianca. La zia Bianca era come una giornata piena di sole. Anche la sera. Credo che s'innamorarono subito. L'amore che cos'è se non un fulmine che ci colpisce in pieno e ci brucia ogni istante e gli attimi di quegli istanti sono pieni di desiderio, di frenesia e sogni... Cerano pochi sogni da fare in quell'estate del '44. I panzer tedeschi dovevano passare e l'ordine era bloccare la strada verso nord agli americani. Gli americani noi li avevamo già sentiti per radio. Qui l'unico divertimento è questa radio a galena che partorisce dolore. Il secondo giorno fu più caotico del primo. Con mia sorella scappai nell'orto. Tanto quelle bestie che ci capivano di piante.
La radio dei tedeschi scrocchiava come un grillo impazzito ed il mondo là dentro era sempre più lontano ed a noi non restava che star seduti, in silenzio, ad ammazzare il tempo. Quelli lassù, tra le montagne il tempo non l'avevano mai ma, non hanno scelta, anche se non sono mai andati da nessuna parte e forse lassù, non sognano più.
Eravamo bambini ma vedevamo bene quello che succedeva. Magari non capivamo perché, ma non potevamo scordarci la notte, prima di addormentarci di Bianca e di quel Brigadiere, Passarono tutto il secondo giorno vicini vicini. Mia sorella ogni tanto spariva dietro la casa e s'infilava dentro la legnaia per sentirli parlare. Quando tornava mi raccontava ridendo dei sorrisini di quel tedesco e delle carezze che lui gli faceva sulle mani. Sempre così le femmine, vanno lì per spiare e cosa fanno: si sciolgono per tutte quelle smancerie e non si ricordano un tubo di quello che hanno sentito. Credo che la zia s'innamorò di quel tedesco perché altrimenti non so spiegare quello che successe dopo.
La notte del secondo giorno fu la più drammatica. Alle 2 del mattino un boato ci svegliò tutti. I tedeschi erano tutti fuori, armati e sicuramente incazzati perché sparavano con quelle loro pistole verso un gruppo di persone nascoste nel cimitero. Erano Paolo e i suoi ragazzi. Erano scesi dalle montagne per cacciare via i soldati. Ero spaventato così tanto che mi nascosi sotto il letto e pensai al babbo, solo a Roma.
I partigiani avevano sminato la torre campanaria la notte. Certo avevano fatto fuori un paio di soldati tedeschi ma uno dei soldati non era morto del tutto e sparando con il mitra aveva preso una di quelle bombe che era esplosa. Ora tutto l'angolo ovest della torre era sbriciolato a terra ma la torre era rimasta in piedi. I soldati che i partigiani avevano fatto fuori non erano proprio tedeschi. Avevano la divisa tedesca ma parlavano troppo bene l'italiano. La mamma diceva che erano dei fascisti che facevano il doppio gioco ma mia sorella diceva che erano dei fifoni che invece di combatterli tedeschi, combattevano per loro, così quelli non li ammazzavano.
Ci riposiamo solo dopo morti, mi diceva Paolo. Non era il suo nome vero. Tutti i partigiani si cambiavano nome. Ma di cosa avevano paura! Io ero orgoglioso del mio! Il nonno mi diceva che lo facevano per non farsi trovare una volta avessero voglia di tornare a casa. A casa. Quelli la casa l'avevano persa tanto tempo fa. Paolo quando l'osservavo passare e ripassare per l'orto del nonno, quatto come un gatto per non farsi trovare da fascisti che lo cercavano sempre mi fissava e mi diceva che avevano ragione loro fare come fanno, a fare i furbi in un mondo di poveri come i lombrichi ma dovevo ricordarmi bene stampatelo bene in testa che quelli come noi, con quelli come loro sono sempre pari. Credo comunque che Paolo scendesse in paese per un altro motivo. Mia sorella diventava agitata e rossa in viso quando lo vedeva. Mia sorella aveva 15 anni e si chiamava Natalia. Era incinta e la mamma diceva che suo marito stava nascosto in montagna, ma io mica l'avevo mai vista sposarsi.
Dopo le esplosioni io e mia sorella ci nascondemmo in soffitta e sentimmo la mamma e la zia parlare forte. Fuori si sentivano grida e ancore sparare io mi coprii le orecchie ma il suono non voleva andare via. Non so quanto tempo dopo, poco forse, ma c'affacciammo dalle scale del ballatoio e dalla porta aperta vedemmo.
Erano i fascisti a comandare qui. Presero degli uomini e li misero al muro e minacciarono di ucciderli se i partigiani non si consegnavano. C'era anche il prete, lo vedevo bene da dov'ero. Ogni minuto che passava sembrava lungo un'eternità. Quel tedesco secco, urlava come una gallina, finché non comparve sulla strada la zia Bianca. Non l'avevo vista uscire, forse l'aveva fatto assieme alla mamma prima che noi c'affacciassimo dal ballatoio, non so, ma ora era lì ed io ero rapito da quella piccola figura. Mia zia non sembrava nemmeno una donna, piccola com'era. Più una bambina. La vedevo muoversi a passi decisi verso quel tedesco che la fissava con la faccia torva e gli gridava di star lontana. La zia Bianca si mise decisa tra i soldati e quei poveri uomini lungo il muro. Braccia conserte. Piedi ben larghi nella strada. Le urla della mamma le potevo sentire, Bianca vieni via, diceva prima forte, con quel suo vocione di donna toscana, poi sempre più piano. Mia sorella mi diceva che i soldati non avrebbero mai sparato ma io sapevo che la zia Bianca non era mica una strega che non li avrebbe fermati. Stavo cercando di capire quello che si dicevano quando vidi anche mia sorella spuntare sulla strada. Aveva sceso le scale piano piano e con il buio della casa non l'avevo vista passare. Ma ero rapito dalla zia Bianca. Ora il tedesco s'era avvicinato e le parlava dritto negli occhi. Lei lo fissava e scuoteva la testa.
Vedevo bene mia sorella da dov'ero. Per un attimo la sentii perfino gridare poi la vidi morire. Mia sorella aveva quindici anni quando morì. Per un attimo anche il tedesco si zittì. Ero lì ma il mondo era sparito via. Non avevo mai pianto, mai una lacrima mai. Sorrisi si quando il brigadiere s'avvicinò al soldato che aveva sparato e gli sparò dritto in faccia.
Bianca fu presa di peso e portata via. Urlava si. Urlò e pianse tutta la notte. Ventiquattro. Dodici per ogni tedesco ucciso, ma quelli mica erano tedeschi. Passai tutta la notte a pensare a mia sorella ma non piansi mai. I bambini buoni non piangono mai. Sapevo ridere ma la paura aveva occupato tutte le mie fantasie.
La mamma mi spiegò che l'amore è come un fuoco, che brucia forte nel cuore degli innamorati ma quel fuoco che s'era acceso tra mia zia Bianca e quel tedesco si spense al soffio di quella mattina d'estate del '44 e ne restò solo una fiamma.
Il tedesco cercò ancora di convincere la Bianca ad andare via con lui. Gli aveva salvato la vita, un motivo c'era, forse s'era innamorato davvero della zia. In tempo di guerra dobbiamo godere appieno dei rari momenti di felicità che incontriamo. Mia sorella diceva che l'amore dagli occhi entra e dagli occhi esce. Ma la zia era una tosta! Cavoli! Alle 7 la colonna dei panzer era riuscita a passare senza buttare giù la torre ed ora sostava accanto a cimitero, a quello che rimaneva del cimitero.
In una notte come quella dove al posto del sole la luce delle lucciole, all'improvviso il mondo è cosi bello visto con gli occhi di mia sorella ed ho voglia d'imitarla. È una notte così serena, dovremmo pensare solo ad innamorarci. Vorrei viaggiare silenzioso come il mare che tu non l'hai mai visto e darti ricordi che tu non avrai mai. Dovremmo essere tutti come la Bianca, anche se il tempo per lei non ha più carezze. Il brigadiere fu arrestato da un tedesco che faceva davvero paura. Lo sentimmo arrivare perché suonavano una musichetta scema con i loro organetti.
Entrarono a Ripafratta e li vidi discutere tra loro. Il brigadiere forse era stato denunciato, non aveva fatto saltare la torre. La ferrovia non era stata minata ed ora non avevano tempo nemmeno per pensare. Scapparono lasciando nel paese un odore di petrolio e di sangue. Erano ancora in fondo alla strada bianca quando i partigiani arrivarono dal monte, Paolo era davanti a tutti e sorrideva. Lo so, con gli occhi cercava Natalia
La zia Bianca aveva 70anni quando morì. Quanto avrei voluto che quella notte del '44 fosse stata diversa e quante volte ho pregato Dio di regalare ancora un sorriso per la zia, magari togliendolo a me che tanto io n'avrei avuti tanti. Forse mia sorella da lassù sorride anche lei per Bianca. Fu quella la mia ultima estate a Ripafratta. Non ci tornai mai più. Ora o 64anni e vorrei piangere un po', non sono più quel bambino buono…
…Tu che voli con le aquile, che non ho visto mai, saluta il babbo per me e digli che qui noi stiamo bene che qui ancora scappo nella vigna e ancora mi chiedo perché il premio di questa vita è nell'altra ma la via è corta, basta che ti giri un attimo e capisci che di là non puoi portare tutto. Io spero che il viaggio d'una vita sia andato tutto bene…