Matteo Gambaro

Sono nato a Venezia il 14/10/1975, dove tuttora vivo e studio Economia. Ho iniziato a scrivere a 15 anni, prevalentemente racconti fantastici. Fino ad ora ho scritto oltre 70 racconti ed 1 romanzo inedito. Partecipo a pochi concorsi, con i discreti risultati che ho riportato al mio sito Internet: http://digilander.iol.it/alaine

COME CANI SELVAGGI

Non era affatto facile: anzi, non lo era per niente!

Piegarsi, sottomettersi: mai in vita sua aveva accettato compromessi, neanche quando aveva dovuto lottare per la propria dignità. Aveva viaggiato molto, sofferto con umiltà, ma sempre nel rispetto di sé stesso. Ed ora questo!

Inginocchiato, osservava le sue mani grandi, forti, mani callose segnate da una vita di sacrifici affondare nella sabbia e le dita stringerne tremanti i minuscoli grani.

Le gambe erano intirizzite, i muscoli pulsavano di dolore e non aveva la forza di rialzarsi.

Era chino, umiliato, impotente. Ribolliva di una rabbia cieca, una sensazione che non gli era propria e che non trovava sfogo, consumandolo dentro come un cancro; perché lui non doveva essere lí a subire quel trattamento, non dopo tante privazioni, e si sentiva sconfitto da un destino iniquo.

Chiuso nella sua bolla di dolore, udiva solo il mare lambire la battigia e subito ritrarsi indignato: era solo, non lo era mai stato tanto come in quel momento.

- Abbaia, cane! - gli sbraitavano contro, ma nelle sue orecchie solo la nenia del mare.

Uno spostamento d’aria improvviso, un colpo poderoso al fianco sinistro quasi lo sollevò da terra e gli tolse l’ossigeno dai polmoni: il dolore giunse al cervello intenso e rapido come una scossa. Si morse la lingua per non urlare, raggomitolato in posizione fetale.

- Voglio sentirti abbaiare. Forza!

Un ragazzo biondo insinuò le dita agili nei suoi capelli ispidi e strinse, alzandogli la testa: i loro sguardi si incrociarono, nel riverbero dei lampioni lontani lui vide quel viso pallido e rotondo sfocarsi dietro le lacrime, provò disgusto per il grosso pomo d’Adamo ondeggiante al ritmo degli insulti che gli stava sputando in faccia. Percepiva la sua cattiveria e ne aveva paura.

Quello era solo un ragazzo ricco, abituato all’agiatezza e ai privilegi, che sotto un esoscheletro di immorale benessere aveva avuto il tempo di far maturare un invadente cinismo che ora gli permeava il corpo e la mente. Per questo ne aveva paura, perché quel ragazzo non si rendeva conto di ciò che era diventato.

- Rimettetelo in ginocchio! - ordinò perentorio.

Si sentí afferrare per le ascelle, da altri due ragazzi che lo costrinsero carponi e lo schiaffeggiarono sulla testa.

Era rintronato dal dolore, ma la sofferenza interiore sovrastava enormemente quella fisica. Il suo corpo era forte, abituato a dure giornate di lavoro sotto il sole cocente, ma il suo spirito era affaticato per il troppo tempo trascorso lontano dalla sua terra.

Lavoro, sacrificio, parole ancora prive di significato per i suoi giovani seviziatori.

Davanti a lui si rifocalizzò il viso sudato del ragazzo biondo, con un sorriso beffardo ed una mano a grattarsi la peluria del mento.

- Noi due abbiamo un problema. - disse ironico, l’alito puzzava di vodka al melone - Io voglio sentirti abbaiare come il cane che sei, ma tu ti ostini a tacere. D’altro canto, se non ti decidi in fretta mi costringerai a farti male sul serio.

Ansimando di paura, lo sguardo gli cadde sul pendaglio del ragazzo.

Era un ciondolo in pietra, del tutto simile a quelli che vendeva lui lungo le spiagge: anche i suoi amici ne possedevano uno, magari l’avevano acquistato proprio da lui.

L’idea era quasi divertente, ma si guardò bene dall’accennare un sorriso.

Quel pensiero gli fece ricordare il suo prezioso sacco. Lanciò occhiate frenetiche all’intorno, nella penombra individuò una massa scura sorgere dall’acqua. No!

Collane in legno, fazzoletti colorati, braccialetti intrecciati a mano: tutto rovinato, invendibile. Sentí salirgli un groppo in gola.

Un intenso dolore al capo lo scosse, lo tenevano ancora per i capelli. Il ragazzo biondo gli strinse la mandibola con una mano, affondando le unghie nelle guance.

- Guardami quando ti parlo, maledetto africano!

Il trillo acuto di un cellulare proruppe a interromperlo: il ragazzo biondo si alzò per guardare l’amico con l’orecchino che stava rispondendo.

- Pronto? Ciao, Fe’! No, sono in spiaggia con gli altri. Il mio vecchio non si è schiodato da casa, cosí siamo...

Mentre si allontanava, alla sua voce si sostituí il fruscio della risacca.

Alzando lo sguardo vide uno scorcio di luna ammiccare dietro l’unica nube del cielo, quasi stesse spiando la scena dalla sua cupa dimora; inutile invocarne l’aiuto, quella notte nulla poteva proteggerlo, ma avrebbe potuto interrogarla.

Perché tanto dolore? Non credeva di meritarlo: non era un criminale, lavorava sodo e possedeva tutti i permessi necessari per risiedere in Italia. E un giorno forse avrebbe smesso di abitare in uno scantinato con altri sei compagni immigrati, si sarebbe sistemato e avrebbe ottenuto anche la cittadinanza.

Forse Dio aveva ritenuto di doverlo punire per qualche motivo che non comprendeva?

No, di certo Dio non c’entrava nulla con l’odio di quei ragazzi.

Sentí la fredda consistenza di una suola poggiarsi sul fianco dolorante, proprio nel punto in cui era stato colpito poco prima, e spingerlo con la faccia sulla sabbia bagnata dalle onde.

Lacrime gravi scivolarono oltre le ciglia serrate e si mischiarono a quello stesso mare che lambiva anche le sponde della sua terra; assaporò l’acqua salata e le nari vennero assalite da un pungente odore d’infanzia.

Pensò a sua madre e desiderò tornare bambino; steso su un fianco, iniziò a singhiozzare.

- Guarda che hai fatto! - disse sorridendo il ragazzo con la bottiglia.

Il suo amico biondo scoppiò in una risata sguaiata.

In quel momento tornò anche il ragazzo con l’orecchino.

- Fe’ ci aspetta dietro la chiesa fra cinque minuti. Ha detto che porta da fumare.

I tre rimasero in piedi a guardare il marocchino steso ai loro piedi, con il volto coperto di sabbia e rigato di lacrime: i loro sguardi erano pieni di disprezzo.

- Sapete che vi dico? - disse il ragazzo biondo, indicandolo - Questo qui mi ha stufato.

- Già, anche a me. - rispose quello con la bottiglia, sputandogli addosso.

Fu come un segnale: istantaneamente, i tre ragazzi iniziarono a tempestarlo di calci. Sulla schiena, sul ventre, sulle gambe; l’ultimo calcio lo raggiunse al volto, spaccandogli il labbro superiore e due denti.

Lui era chiuso in sé stesso, estraniato: era solo, steso in riva al mare a giocare con le conchiglie mentre la madre preparava da mangiare.

Non sentiva il proprio corpo sobbalzare sotto i colpi, non udiva le urla sofferenti emesse dalla sua gola, si rifiutava di provare dolore e lentamente veniva avviluppato da una calda oscurità.

Rimase svenuto per qualche secondo. Quando riaprí gli occhi, vide i tre ragazzi allontanarsi verso l’uscita della spiaggia; ridevano soddisfatti e si spingevano, condividendo le differenti sensazioni provate con l’adrenalina e l’alcol ancora in circolo.

Non aveva piú forze nemmeno per piangere, la bocca spalancata in una silenziosa agonia.

Perché tanto odio? Eppure era cosí semplice, bastava alzare gli occhi al cielo punteggiato di stelle per percepire l’infinitesimale consistenza dell’uomo e capire che l’odio è inutile. Tutti sotto lo stesso cielo, tutti nutriti dallo stesso mare, ma alcuni piú uguali degli altri.

Un fremito lo percorse dai piedi, su fino a serrargli il viso in una morsa: era terribile, un unico pulsante dolore in tutto il corpo, ma la mente sempre cosí lucida.

Vide i ragazzi uscire dalla spiaggia e si sentí fiero.

Non aveva abbaiato! Non era lui il cane. Lui era un essere umano e possedeva ancora un dignità che non era stata sporcata. Lo avevano minacciato, umiliato e infine picchiato, avventandosi su di lui come cani feroci che affondano il muso nel ventre di una preda inerme, ma nonostante tutto non aveva abbaiato.

Perché era un essere umano, poco piú che un ragazzo marocchino che il giorno dopo non avrebbe potuto lavorare.

Non avrebbe potuto guadagnarsi da vivere.