Luca Bianchi

sono un laureando in storia delle tradizioni popolari con la passione per la scrittura . Vi invio questi racconti frutto di esperienze vissute intensamente in messico ; ho cercato di trasmettre attrraverso le parole ciò che i miei occhi hanno visto e il mio animo ha sentito.

Dal pregiudizio all'amicizia

Un vento leggero agitava l 'insegna appesa sul portone . "dolci e artigianato " recitava la scritta dondolante .
Quel caseggiato giallastro non possedeva il fascino degli edifici coloniali di San Cristobal de las Casas .
Entrando fui investito da un'intensa fragranza di pasta frolla proveniente dalle decine di piccoli banchi sparsi all'interno del mercato coperto .
Biscotti assortiti , fagottini farciti e altre prelibatezze dialogarono con il mio stomaco ancora vuoto .
" ehi , amico , cosa cerchi? " , trillò all'improvviso una voce .
Girandomi vidi un meticcio sulla trentina sorridere furbescamente .
" cosa ti serve ? Ambra , collane , braccialetti …" .
" niente , grazie…".
Diffidavo un po' del suo aspetto malandato . Aveva un paio di pantaloni sudici e una maglietta lercia con uno strappo all'altezza dell'ombellico .
" dai un occhiata . Non costa nulla guardare…" , insistette .
Senza accorgermene , comincia a spulciare fra l'artigianato esposto .
" io sono Juan" , si presentò .
Mentre rovistavo fra pietre e ciondoli indagò un po' su tutto : da dove venivo , che lavoro facessi e quanto tempo mi fermavo in Messico .
La sua parlata era svelta e colorita , zeppa di vocaboli italiani masticati a mala pena .
" vorrei un anello" , gli dissi cercando di arginare il fiume di domande .
" certo amico ! " .
Gliene indicai uno in rame con disegnata al centro una doppia spirale . Lo provai , ma non era della misura giusta.
" non c'è problema" , affermò Juan .
Rapidamente afferrò un arnese , una specie di cono allungato , e lo infilò nell'anello tentando di ampliarne il diametro . Lo sforzo fu inutile .
" hai un dito enorme , mai visto niente di simile…" se la sghignazzò Juan .
Passò una scarsa mezz'ora prima che il lavoro andasse a buon fine . In quel lasso di tempo iniziai a preoccuparmi del prezzo .
" chissà quanto mi costerà…" , rimuginai mentre attendevo pazientemente .
La sua richiesta mi lasciò di stucco : chiese l'equivalente di un caffè . Non ebbi il coraggio di contrattare .
Scambiai quattro chiacchiere con lui prima di andarmene .
I suoi occhi erano ambigui e penetranti .
Vi si scorgeva un' infinita bontà che a tratti pareva venir scacciata dal demonio in persona . Disorientato , sprofondai in un mare di pensieri e non lo ascoltai più .
" allora domani vieni a trovarmi? " chiese , forse per la seconda volta , Juan .
" certamente" gli risposi , non del tutto convinto e con la testa ancora a caccia di farfalle .
La mattina seguente andai da lui .
" di stranieri ne vedrà a bizzeffe . Qualcuno con un bel po' di denaro in più nelle tasche gli farà sicuramente dimenticare il mio volto…" , pensai dirigendomi verso il mercato .
Mi stavo sbagliando .
Appena varcato il portone alcuni indios mi salutarono e fra loro sbucò l'arruffata capigliatura di Juan .
Immediatamente prese una piccola seggiola e mi invitò a sedere accanto a lui . Passarono le persone più stravaganti che io avessi mai incontrato : messicani con gli occhi a mandorla , nevrotici venditori di pietre e tanti altri ancora.
Per me era un mondo nuovo .
Osservai attentamente Juan . Sembrava una piovra . Riusciva a fare più cose contemporaneamente e in ogni tentacolo metteva anima e corpo . Parlava con me , indossava i panni dell'astuto venditore e nel mezzo apriva una parentesi per salutare un amico o accarezzare la testa di un bambino .
Inizialmente fraintesi il suo comportamento .
" star dietro a tutti equivale a non star dietro a nessuno" , pensai maliziosamente .
Juan spalancava le porte del suo mondo invitandomi ad entrare e non me ne accorgevo . Scambiai il suo atteggiamento per mancanza di rispetto e misi il broncio .
Juan notò il mio malumore e fece di tutto per farmelo passare . Mi sentii uno sciocco per essermi comportato come un bambino viziato .
Non opposi più alcuna resistenza e il tempo sembrò trascorrere in maniera diversa . Le lancette dell'orologio si confusero in minuti dilatati e ore rimpicciolite .
Nel primo pomeriggio ci raggiunse Barbara , la mia ragazza. La presentai a Juan e lui , dopo averla studiata attentamente , domandò ad entrambi :
" cosa fate per le feste ?"
Volevamo passare il natale in Guatemala assieme a Bernard e Margarit , una coppia di francesi conosciuta durante il viaggio .
Da subito Juan si mostrò perplesso e alzò gli occhi al cielo visibilmente inquieto . Qualcosa gli frullava nella testa . Dopo alcuni secondi di silenzio cominciò con una serie di raccomandazioni dal tono paterno .
Non demmo alcun peso alle sue preoccupazioni e l'indomani partimmo per il Guatemala .
Era il ventitre di dicembre .
Alle sette del mattino la città non si era ancora svegliata e le poche persone in strada camminavano assonnate e infreddolite .
Dirigendoci verso la stazione degli autobus sentii un'intensa fitta al pollice della mano destra , il dito dove portavo l'anello fatto da Juan . Sfilandolo rimasi di stucco ; sembrava fosse stato appena avvolto dalle fiamme , tanto bruciava . Lo misi in tasca e proseguii .
Trovammo i due francesi ad attenderci .
Visibilmente spazientiti dal nostro ritardo , sbuffavano come cinghiali affamati .
" su , su , andiamo…L'autobus parte ! " , borbottò prepotentemente Margarit .
La spocchiosa affermazione mi mandò in bestia . Stavo per mandarla a quel paese quando intervenne Barbara a calmare le acque .
Il viaggio fu tranquillo e giungemmo alla frontiera dopo un paio d'ore . La Messilla fu il primo centro abitato del Guatemala attraversato . Passando da uno stato all'altro mutò radicalmente il paesaggio . Una lunga strada polverosa tagliava in due il villaggio inerpicandosi verso gli altipiani . Ai lati solo stamberghe , baracche e immondizia . Galline e mucche scorrazzavano in libertà . Fummo assaliti da bambini in cerca di qualche spicciolo e da sedicenti cambiavalute in cerca di facili guadagni . In quella terra di confine regnava il caos . Gli sguardi di quei poveracci scrutavano con cupidigia i turisti di passaggio , ed era palpabile la sensazione che da un momento all'altro potesse accadere qualcosa di spiacevole .
Entro la fine della giornata avremmo dovuto raggiungere Panajachel , un villaggio costruito attorno ad un lago di formazione vulcanica .
Mancava un'ora alla partenza dell'autobus e approfittammo dell'attesa per mangiare un boccone.
Ci fermammo nel primo locale incontrato . Era spartano : un paio di tavolini malridotti sotto un tettuccio in laminato e poco più.
Qui , alcuni avvenimenti cominciarono a preoccuparmi .
Conversando con Bernard venni a sapere che si era fatto sei anni di carcere .
" certo , tutti possono sbagliare…" , mi dissi .
Nel frattempo vidi con la coda dell'occhio Margarit tenere fra le mani il passaporto di Barbara e ispezionarlo minuziosamente in controluce .
La francese esaminava con cura la qualità della carta informandosi sul significato del simbolo stampato su tutte le pagine . L'occhio sembrava esperto e malintenzionato . Anche Bernard allungò le mani sul documento . Tendendo il braccio scoprì un tatuaggio raffigurante un volto dalle sembianze demoniache avvolto da draghi e serpenti . Mi vennero in mente le perplessità di Juan .
Fui colto da un capogiro e sbiancai in volto .
Barbara mi fissò con un grosso punto interrogativo disegnato sul volto , cercando di capire le ragioni delle mie inquietudini .
Mi ripresi rapidamente . Non diedi seguito alla fantasia che in quel momento chissà dove mi avrebbe condotto .
L'ora della partenza si avvicinava a grandi passi e il vecchio scuolabus rossiccio attendeva il nostro arrivo .
Ci sistemammo in fondo attendendo di iniziare il tragitto verso Panajachel .
Il viaggio fu tremendo . Le strade asfaltate divennero un ricordo e lo sterrato litigava con gli ammortizzatori inesistenti del mezzo .
Tra un sobbalzo e uno scossone effettuammo parecchie fermate . In ognuna di esse salì un mucchio di gente e in breve sembrò di esser rinchiusi in una scatola di sardine .
Quasi tutti gli occupanti erano contadini indios .
Si dirigevano nei possedimenti di qualche signorotto a lavorare per un salario da fame .
Detestavo la situazione in cui mi trovavo . Ero combattuto fra la pena suscitata dalle disumane condizioni di quella gente e il fastidio per i tormenti a cui ero sottoposto .
Volevo urlare .
Tentando di distrarmi buttai l'occhio sulla pagina di un quotidiano aperto davanti a me .
L'immagine ritraeva un autobus identico al nostro rovesciato in mezzo ad una strada del tutto simile a quella che stavamo percorrendo . Ebbi la malaugurata idea di chiedere delucidazioni al possessore del giornale.
" i freni non hanno risposto ai comandi e l'autista si è lanciato su una rampa di salvataggio . Per fortuna non è morto nessuno " , mi spigò cortesemente .
Effettivamente avevo notato sulla sinistra dei punti di fuga scavati nella roccia . Capii che servivano , in caso di necessità , ad evitare lo strapiombo sulla destra .
Desideravo condividere le mie angosce con Barbara , ma voltandomi la vidi oppressa da un sacco di iuta colmo di cipolle e non le dissi niente .
Le ore passavano lentamente e la meta non veniva raggiunta .
Bernard andò a chiedere informazioni .
Tornò scuro in volto . Alla frontiera ci avevano raccontato un sacco di frottole . Quell'autobus non terminava la sua corsa a Panajachel ma a Quetzaltenango , un centinaio di chilometri prima . Lo sconfortò assalì un po' tutti . L'imbrunire era alle porte e proseguire il viaggio durante la notte significava andare in cerca di disgrazie .
Decidemmo di fermarci a Quetzaltenango .
La stazione degli autobus era una discarica .
Non una luce a illuminarla e attorno solo le ombre della sera .
Barbara allarmata richiamò la mia attenzione su una piramide d' immondizia alle nostre spalle . Aguzzando la vista vidi un uomo adagiato sulla cima . Aveva una posizione innaturale . Occhio e croce avrei detto più morto che vivo.
" ho voglia di piangere…" , disse sconsolata la mia compagna .
" non adesso . Cerchiamo una stanza e poi piangiamo assieme !" , le risposi .
Un fioco chiarore proveniente da una baracca di fronte ci invitò a dirigerci in quella direzione .
Era una rivendita di bibite gestita da una grassa signora dal muso lungo . Le chiedemmo qualche informazione , ma fece finta di non capire . Si destò solamente quando ordinammo da bere .
" dove possiamo trovare un taxi ?" , chiese Bernard .
" qua no!" .
La sorte si era proprio dimenticata di noi . Eravamo ammutoliti e stravolti .
" che cercate ?" , domandò improvvisamente un uomo sbucato dal cespuglio lì accanto .
" un mezzo per arrivare in centro…" , gli risposi speranzoso .
" non c'è problema . Aspettatemi qui , fra cinque minuti ritorno …".
Prese una bicicletta e sparì nel buio .
Ritornò con una camionetta grigia e ci condusse in un albergo nei pressi del centro storico .
Cenammo in un ristorante lì vicino .
Nemmeno il tempo di ordinare che Bernard e Margarit cominciarono nuovamente a informarsi sui nostri passaporti e sul bagaglio . Questa volta si insospettì anche Barbara .
Rispondevamo in maniera vaga . Assediati dalla loro insistenza tentavamo di aggirare l'argomento . Come se non bastasse , sbucò la strana proposta di prendere una stanza in quattro una volta giunti a Panajachel .
Consumammo il pasto velocemente e ritornammo in stanza.
Sfiniti ci buttammo sul letto .
" non mi tornano i conti …" dissi a Barbara .
" in che senso ?".
Le raccontai i particolari osservati e trassi le mie conclusioni :
" Bernard e Margarit vogliono qualcosa da noi ! " .
Nemmeno l'ombra del dubbio la sfiorò .
Ripensando alla successione dei fatti mi diede ragione .
Le inquietudini di Juan prendevano forma .
In quel momento la stanchezza svanì e lasciò il posto alla paura . Non sapevamo come toglierci d'impiccio .
Nel bel mezzo delle nostre riflessioni , Barbara cacciò un urlaccio . Mi girai e vidi sul suo cuscino un enorme ragno nero e peloso passeggiare tranquillamente . Lo schiaccia senza pietà , scaricando le mie frustrazione sul quel povero insetto capitato lì per caso .
Tutto pareva ostile e la fuga divenne l'unica soluzione possibile . Facendoci forza passammo la notte abbracciati l'uno all'altra .
Alle sei del mattino della vigilia di natale sgattaiolammo fuori dalla camera attenti a non far rumore . L'ingresso era ancora sprangato e il ragazzo di guardia , con gli occhi semichiusi , ci fece uscire .
Fra altre mille peripezie raggiungemmo la frontiera con il Messico nel tardo pomeriggio .
Istintivamente misi una mano in tasca e ritrovai l'anello .
" diavolo di Juan , hai cercato di avvertirmi in tutte le maniere…" , pensai infilandolo al dito . Fu come risvegliarsi da un incubo .
Passammo il venticinque di dicembre camminando per le vie di San Cristobal come due automi .
Speravo d'incontrare Juan benché il mercato fosse chiuso .
Stancamente stavamo dirigendoci verso il nostro albergo quando scorsi una sagoma famigliare .
" Juan , Juan !" , chiamai a gran voce .
Non si stupì nel vederci . Consegnò il pollo arrosto che aveva in mano ad un amico e ci abbracciò calorosamente .
Avrei voluto dirgli delle nostre traversie , ma era di fretta e non volevo disturbarlo .
L'indomani assieme a Barbara andammo a trovarlo .
Si fece raccontare per filo e per segno ciò che era successo .
Ad ogni particolare aggiunto strabuzzava gli occhi mettendosi le mani fra i capelli e sospirando .
" sono cattive persone quei due francesi…" , disse ad un certo punto .
" le conosci ? "
" si ! Le ho portate un po' di giorni fa da un amico per comprare dell'ambra . Non mi piacevano…Erano carichi di energia negativa "
" non mi potevi avvertire ?".
Mentre formulavo la domanda mi accorsi di quanto fosse stupida . Juan aveva fatto di tutto per metterci sul chi va là. Eravamo stati noi a non voler approfondire le sue apprensioni .
" non ero sicuro si trattasse di loro…" , cercò di scusarsi .
Juan rimase assorto alcuni secondi poi afferrò la mia mano e quella di Barbara ed esclamò felice :
" vi faccio una promessa . Qui e in ogni luogo noi resteremo per sempre amici ! " .
Tutti e tre ci sciogliemmo in un sorriso .
Poi prese una seggiola e mi invitò a sedere .
" adesso spazziamo via la negatività!" disse con entusiasmo .
Energicamente mi massaggiò le spalle , il collo e gli arti . Benché facesse freddo cominciai a sudare .
Dai pori della pelle grondava acqua e in breve mi ritrovai fradicio . Indemoniato , Juan continuò a stropicciare il mio corpo per non so quanto tempo .
Lo stesso trattamento fu riservato anche a Barbara .
Passammo ancora diverse settimane a San Cristobal e molte furono le cose che meriterebbero di esser raccontate .
La sera prima di partire per Città del Messico Juan organizzò una festicciola d'addio .
Ero piuttosto triste . Gironzolavo nella corte di casa sua quando si avvicinò e mi disse :
" guarda la luna . E' la stessa che vedi da casa tua . Quando vuoi parlarmi o solo salutarmi , affidale i tuoi pensieri e lei verrà poco dopo a riferirmeli …".
Quell'uomo dall'aspetto sciatto e trasandato entrò nei mie affetti più cari e credo che difficilmente ne uscirà .


San Cristobal

La fitta e rigogliosa vegetazione sembra imprigionare il tempo . Numerosi fiumi solcano la boscaglia sfociando in spettacolari cascate e piccole lagune impreziosiscono il paesaggio . Tutto attorno solo la vastità degli altopiani messicani del Chiapas .
Questo è il cuore dell'antica civiltà Maya . Il passato vive attraverso templi millenari immersi nella foresta e stupefacenti pitture rupestri .
Era la terza volta che mi recavo a San Cristobal de las Casas .
Io e la mia compagna passammo la notte rannicchiati sui sedili dell'autobus cercando di dormire . Appena svegli ci accolse una leggera nebbiolina. La fumosa bruma mattutina sfumava il verde del paesaggio inghiottendo pezzi della selva . Gettai lo sguardo fuori dal finestrino e provai un'insolita sensazione ; mi sentivo osservato .
Era come se la natura stesse scrutando i miei sentimenti interrogandosi sulle motivazioni che mi spingevano a farle visita per l'ennesima volta .
Una girandola di pensieri si scatenò .
" Ocosingo ! " urlò ad un tratto l'autista , ridestandomi .
Ocosingo è l'ultimo municipio che si incontra sulla strada per San Cristobal e anche una buona occasione per sgranchirsi le gambe . La pausa fu breve , solo il tempo di gironzolare un po' e di nuovo in marcia .
Lungo i tornanti è possibile intravedere squarci di vita indigena .
Accanto a case di fango alcuni bambini giocherellavano sorridenti con scatole e pezzi di legno consunti .
Vidi un'anziana con la caratteristica gonna in lana grezza e una camicetta bianca bordata di fiori rossi ; portava sulle spalle un'ingombrante catasta di legna . A piedi nudi si inerpicava instancabilmente .
La sorpassammo e , per un istante , riuscii ad incrociare i suoi occhi . Colsi in essi un lampo d' orgoglio . Nonostante la miseria e l'indigenza l' attanagliassero , a testa alta guardava dinanzi a sé .
Continuammo a salire attraverso un susseguirsi di curve .
A pochi chilometri da San Cristobal , fra gli alti alberi , un'imponente caserma circondata da filo spinato e sorvegliata da soldati in tuta mimetica guasta l'armonia dell'ambiente .
In buona parte il Chiapas è zona militarizzata .
Il primo Gennaio del 1994 , al grido di " libertà e giustizia " , gli indigeni insorsero sotto la guida del sub comandante Marcos occupando cinque municipi della regione . San Cristobal de las Casas era il più importante . Fu la rivolta dei disperati , di coloro che un tempo regnavano in queste terre e che oggi mendicano ai bordi delle strade.
Armati persino con fucili di legno , furono accolti e sfamati nelle case della gente .
La palese sproporzione delle forze in campo fece pendere l'ago della bilancia dalla parte del governo , che in poco tempo soffocò nel sangue la rivolta .
Quel che rimase dei ribelli si rifugiò nella selva. Da allora , fra ingannevoli trattative e clamorosi atti di protesta , prosegue la lotta degli indigeni .
Uscendo dalla stazione degli autobus di San Cristobal si sente vibrare nell'aria , come un lento e dignitoso lamento , la sofferenza degli indios .
Un taxi ci portò alla posada Cortez , una graziosa pensione dalle mura colore arancione situata a quindici minuti di cammino dal centro .
Percorrendo una delle quattro vie principali osservavamo ogni angolo della città .
I nostri occhi correvano fra i caratteristici alti marciapiedi e si ingigantivano nel vedere le basse case color pastello , la gialla cattedrale coloniale e il pittoresco mercato dell'artigianato . Raggiunta la posada Cortez sistemammo i bagagli nella stanza e , dopo una rigenerante doccia , uscimmo .
Il frenetico andirivieni delle persone per la strada e l'allegria sospesa nell'aria annunciavano l'arrivo delle festività pasquali . In questi giorni , come ogni anno , si svolge la fiera del folklore Maya . La piazza di fronte alla cattedrale si anima con le musiche indigene . I sensi vengono catturati dalla lucentezza dell'ambra , dall'intenso odore di caffè e dai fantasiosi tessuti
tradizionali , lasciando stupefatti i visitatori .
In una delle bancarelle lavorava Raul , un nostro amico .
Eravamo impazienti di incontralo .
Lo conoscemmo alcuni anni prima , durante un'escursione a cavallo nella quale ci fece da guida . Attraverso i sentieri collinosi che abbracciano la città visitammo alcuni villaggi arrampicati sugli altopiani e toccammo con mano cosa significasse vivere una vita da indios .
Rivedersi dopo un anno fu come continuare un discorso interrotto poche ore prima ; e l'accoglienza fu meravigliosa.
L'attività principale di Raul si svolge in una piccola bottega d'artigianato . Dalle sue mani dorate escono ciondoli , braccialetti e anelli di ottima fattura .
Stavamo chiacchierando tranquillamente dietro la sua bancarella quando , ad un tratto , si avvicinò uno strano tipo.
" ciao , ti presento due amici italiani " , gli disse Raul .
Era Dominique , un francese proveniente dalla regione pirenaica al confine con la Spagna . Sembrava uscito dall'ispirata matita di un fumettista. Uno spilungone con le gambe arcuate , la fronte corrugata e i capelli tirati indietro ciondolava avanti e indietro con andamento sbilenco e le mani in tasca . Lo sguardo era severo , incuteva una sorta di timore reverenziale .
Quella stessa sera lo incontrammo nuovamente in un locale assieme a Raul e lo conoscemmo meglio . Era un giardiniere paesaggista di origine gitana . Assieme ad un socio lavorava per nove mesi all'anno ; e poi se ne andava in giro per il mondo ad aiutare la gente . Riempiva lo zaino di prodotti medicinali e partiva .
" domani vado con Sergio dalla bambina…" , buttò lì ad un tratto con il suo inconfondibile spagnolo venato di francese , rivolgendosi a Raul .
Chiesi chi fosse Sergio .
" è un uomo.." rispose con caustica ironia il francese .
" un mago nel curare le ustioni…E' un guaritore" puntualizzò .
Dominique conobbe Sergio Castro per caso : attraverso un articolo di giornale . Profondamente colpito e incuriosito da ciò che aveva letto , andò in cerca di quell'uomo e gli offrì il suo aiuto.
" potete venire con me domani mattina…Vi aspetto alle otto e mezza in punto ; non un minuto dopo . So che a voi italiani piace dormire" se la ridacchiò Dominique .
La mattina seguente , con la mente ancora aggrappata al ricordo del comodo letto della posada Cortez , andammo all'appuntamento . Erano passati alcuni minuti dall'ora fissata dal francese , ma della sua presenza nemmeno l'ombra . Faceva freddo , il sole era nascosto dietro le nuvole e un leggero vento spazzava la piazza centrale .
" italiani…" sentii chiamare all'improvviso da dietro.
" sei in ritardo eh ! Anche ai francesi piace dormire…".
" sono in piedi dalle sei , gironzolavo da questi parti ".
Aveva sempre la risposta pronta .
La casa di Sergio si trovava poco di stante da lì .
Davanti ad un alto portone in legno Dominique bussò un paio di volte .
Sbucò un uomo sulla cinquantina senza capelli e con qualche dente mancante . Grondante di sudore fece cenno di entrare . Nonostante il volto fosse visibilmente affaticato , i suoi movimenti erano rapidi e leggeri . Si caricò una borsa sulle spalle e uscimmo a prendere un taxi .
Stavamo andando da Yaxchel , una ragazzina gravemente ustionata .
Nelle case indigene il fuoco viene tradizionalmente sistemato al centro di una stanza ed è fonte di innumerevoli disgrazie . Capita spesso ad adulti e bambini di avvicinarsi troppo alle fiamme restandone orribilmente deturpati .
Tutto ciò avviene per una serie di ragioni che nascono dall'ignoranza e sfociano nell'alcolismo e nella violenza domestica .
Il caso di Yaxchel era ancora più tragico .
Senza dir niente ai genitori si era recata nella stanza con il fuoco appena acceso e , chiusasi dentro per chissà quale motivo , svenne per le esalazioni del fumo . La parte sinistra del suo corpicino rimase avvolta nelle fiamme per alcuni minuti . Quando suo padre si accorse di quel che era successo la portò immediatamente all'ospedale . La ricoverarono d'urgenza .
La sentenza dei dottori fu frettolosa e tremenda : bisognava amputarle il braccio e sperare che reagisse bene all'operazione . La sanità pubblica non aveva troppo tempo da perdere dietro un'incauta ragazzina indios .
Yaxchel aveva dodici anni .
La famiglia non si arrese al disarmante verdetto dei medici e la riportò a casa . Si rivolsero a Sergio Castro . il suo nome era noto fra le comunità indigene , lo consideravano una specie di santo guaritore .
Non saprei definire il mio stato d'animo quando entrai in quella misera casa indigena . Due galline passeggiavano tranquillamente nell'ingresso . Alcune grossolane mensole erano appese alle pareti verde acqua . Nell'angolo sinistro era sistemato il letto della piccola Yaxchel con uno sgangherato televisore in bianco e nero a farle compagnia .
Il suo volto era tormentato . Anche lo stare semplicemente sdraiata le provocava dolore . La madre accolse Sergio con affetto e riverenza . Premurosamente , dopo essersi presentata , ci ringraziò per il solo fatto di averle fatto visita .
Ci offrì un bicchiere d'acqua e uno sgabello .
Sergio si diresse subito dalla bambina .
Sottovoce le disse qualcosa , mentre con la mano le accarezzava la testa dolcemente . In mezzo alla sofferenza un sorriso si disegnò sulle labbra di Yaxchel . Dominique , intanto , tirava fuori dalla borsa del guaritore garze e pomate . Togliendo le bende del giorno prima dal braccio , dal costato e dalla gamba , Sergio rassicurava la ragazzina con tenere parole .
Le bruciature erano profonde . In alcuni punti la carne era stata completamente divorata dal fuoco .
La cruda realtà di quei momenti era mitigata solamente dall'infinita umanità di Sergio Castro .
Terminata la medicazione , andammo via .
Ritornando in centro mi informai più approfonditamente delle condizioni di salute della giovane indios .
La risposta non fu incoraggiante .
La febbre non scendeva e il rischio d' infezioni era alto . Ma a destare grande preoccupazione era la mancanza di sensibilità della parte lesa . Benché le parole di Dominique non presentassero una situazione felice , leggevo fra le righe un cauto e rincuorante ottimismo . Arrivati in centro , Sergio ci invitò a casa sua .
Un vero e proprio museo .
Disposte attorno ad un ampio patio centrale una decina di stanze raccontavano il folklore maya. Con una cura meticolosa erano esposti vestiti tipici , manufatti , libri antichi e sculture .
Sergio ci fece da guida . La padronanza della cultura del Chiapas sgorgava come un fiume in piena nelle sue parole . Conosceva gran parte delle diciassette lingue Maya parlate nella regione oltre l'inglese , il francese e qualche frase in italiano .
La sua voce ci condusse attraverso un viaggio nella storia e nel tempo che difficilmente dimenticherò .
Nell'ultima stanza ritornava a vivere il Sergio guaritore .
Appese alle pareti numerose fotografie testimoniavano i suoi " miracoli".
Attraverso un'impressionante sequenza di scatti il volto di un anziano contadino tornava a sorridere e le mani di un bambino potevano afferrare nuovamente un giocattolo .
Sergio Castro è un guaritore particolare : ricorre ai farmaci ufficiali come a quelli tradizionali . Può utilizzare un antibiotico o una foglia di cactus .
Mi resi conto osservando quelle foto, che al di là di ogni farmaco era l'uomo ad essere l'artefice delle cura . Da lui nasceva la guarigione .
Nei giorni seguenti altre volte andammo a trovare la piccola Yaxchel .
La sera prima di partire per Città del Messico incontrammo Sergio nel viale che collega il mercato con la cattedrale . Era furioso .
Una ragazza , fingendosi sua collaboratrice , aveva ritirato in farmacia un pacco di medicine destinato a lui . Disperato , non riusciva a capacitarsi di un gesto simile . Vidi in lui lo scoramento di chi combatte quotidianamente contro le ingiustizie di questo mondo . Lo salutammo caramente augurandogli buona fortuna . Ancora oggi non so se la piccola Yaxchel sia riuscita a conservare il suo braccio sinistro .
Ma so con certezza che con Sergio Castro accanto i "miracoli " diventano possibili .