Massimo Pistis

è nato ad Ales in Sardegna,ove risiede. Si è laureato in Lettere a Cagliari, con una tesi di Storia moderna sul periodo rivoluzionario sardo (1794-1796). Scrive da sempre e di tutto, poesia, prosa, saggistica, articoli per riviste. Nel 1995 ha fondato l'Accademia po sa die sarda. E' autore del romanzo "Estremisti!", inedito. Una sua testimonianza appare su "Lou Reed in concerto" (controcultura 9 - Stampa alternativa).

Gentile editore,

ho il piacere di informarti di un’improvvisa notorietà che il tuo sito ha avuto nel mio pittoresco paese natale.

Qualche pinzochero/a, servendosi di una organizzazione non bene individuata, ma certamente nostalgica, quanto sciatta, nonché anonima e mafiosa, ha pensato bene di inviare il brano "Bologna 1977" alle circa 200 famiglie del posto, definendo il racconto "vero 'saggio' pornografico", additando dunque il sottoscritto al pubblico ludibrio, almeno nelle intenzioni, per scopi evidentemente personali/privati, visto che il sottoscritto da tempo non svolge alcuna attività politica militante.

La fonte di tale particolare iniziativa propagandistica è ben circoscrivibile, comunque facciamo finta che sia stata capace di mantenere il suo mafioso anonimato, dunque consentimi editore di rispondere da qui.

Riguardo all'epiteto di "pornografico", sicuramente, se un racconto del genere venisse proiettato al cinema per quel tipo di pubblico, si leverebbero le urla di "troppa tramaaaaa!!!"... e per questo come al solito una risata li seppellirà...

La cosa più offensiva che sono riusciti a scrivere nelle righe di presentazione del racconto (peraltro destinato al pubblico di Stampa alternativa e non indistantamente alle famiglie di un paese; dunque semmai i pornografi sono loro!) è che io starei dietro una facciata di persona per bene. Sapendo cosa intende questa risma di gentaglia per persona "per bene", gli risbatto in faccia l'epiteto, se lo tengano per loro il perbenismo. Per quanto mi riguarda non ho mai nascosto di essere un estremista di sinistra, cristiano, pacifista e nonviolento... e io il racconto l'ho firmato, non mi sono nascosto come loro dietro il vigliacco anonimato.

Allego alcuni commenti critici al racconto e in uno spirito di bontà anarchica e cristiana, allego un mio racconto su un miracolo di Santa Greca, vediamo se anche questo lo inviano a tutti i cittadini del posto.

Grazie editore,  Massimo Pistis

 

 

 

Bologna settantasette   di Massimo Pistis

 

Racconto ironico e puntuale, quello di Massimo Pistis, ambientato in un tempo ed in uno spazio che non ci sono più. Lo spazio, una Bologna da cliché, quasi mitizzata; il tempo, quello dell’impegno e dell’utopia giovanili, in cui, nel mondo variegato della sinistra, si intrecciano sferzate strutturaliste e nuove impostazioni di riformismo umanista; qui struttura e sovrastruttura, invece di essere due elementi di una stessa visione del mondo, di un sistema,  collidono fino a far sentire i limiti di qualcosa che sempre più appare come imposto o autoimponentesi.  Emerge, quindi, il  carattere storico-sociologico di un pezzo letterario che Pistis, con onestà intellettuale (confermata dall’espediente tecnico di  utilizzare un io narrante donna lontano dall’autore), a vent’anni di distanza da quei momenti ha il merito di sottoporre all’attenzione del lettore, come una riflessione circa quel clima culturale e le contraddizioni  ad esso relative. Interessante appare anche la scelta di far provenire da un luogo assolutamente “altro”, rispetto il centro della scena, i due protagonisti, in un incontro, effervescente e foriero di catarsi, tra provincia e “centro culturale-metropoli”. La catarsi si configura come un “viaggio nel viaggio”. Un viaggio che è lo spostarsi, tra una città e l’altra per finire e tornare sempre in quella che è l’emblema del dibattito di quegli anni, alla ricerca entusiasta di un riscontro-riconoscimento politico-culturale, ma che è anche un vagare all’interno della Bologna-madre  (e matrigna? Che dire  della malcelata delusione rappresentata  dal ritrovarsi desinare in uno squallido self-service con vino sofisticato?) e soprattutto (come ogni viaggio, del resto) ricerca interiore. Tuttavia, chi sembra fruire a pieno di questa esperienza è Stefania, che, grazie ad un incontro fortuito e non voluto, si trova, a vivere un’esperienza che la pone su un livello altro rispetto a quello prevedibile, collocandola al di fuori dei percorsi tracciati, fino a farle compiere una scelta simbolica in un luogo simbolo, quello del centro congressi nel bel mezzo di una relazione tenuta proprio dal suo compagno.

Il linguaggio, volutamente scevro da orpelli di qualsiasi tipo, e la struttura sintattica piana, lineare, pongono questo racconto nella linea tracciata ormai da tempo dai “confessionali” americani, quella di uno stile netto, pulito che si rivolge al quotidiano con lucidità e senza mediazioni. La stessa scelta contenutistica, che richiama alla memoria Genet, Miller, ma anche, in parte, il Tondelli di “Altri libertini”, o “Frigidaire” di Pazienza, conferma la posizione di questo brano all’interno di una tradizione consolidata, quella di una modernità ironica e disincantata, “generosa” e, nel contempo, tagliente nei confronti dell’ “attuale”…

                                                                                           Maurizio Ruggeri   

         Lorenza Moroni

Bologna 1977

Di Bologna se ne respira l’aria, nel suo stereotipo di città “compagna”, nella sua accezione politica e conviviale (gaudente?) insieme, con le sue osterie, la sua socievolezza sentita come “giusta”, in cui trovarsi “a casa” da qualsiasi angolo si provenga, salvo condividerne lo spirito di città “rossa”, e in essa anche il diffidente e taciturno Barbaricino è finalmente autorizzato a lasciarsi andare, a fidarsi della città, lasciandosi coinvolgere nella sua anima materna - quasi che il contrario sarebbe farle torto – calda e “impegnata” insieme, e la pronta disponibilità fisica del nuovo arrivato è un tuttuno del “darsi” per intero intellettualmente ed emozionalmente, a chi è lecito darsi per intero, perché comprensivo, sodale, capace e pronto ad accogliere.

Questa è la Bologna che Stefania, la protagonista, ci fa conoscere come vissuta da Antonio, ma non da lei, non partecipe dell’atmosfera respirata (dello spirito) dal compagno. Nel suo distacco la città rimane sullo sfondo - potrebbe trattarsi di una qualsiasi città, e diventa burla, per cedere il campo all’osservazione dei meccanismi della seduzione. Man mano il racconto si capovolge, dal dettaglio degli sguardi all’attenzione e al piacere rivendicati dalla narratrice, il protagonista esce piano piano di scena, ed è lei a divenire protagonista, invadendo l’intera scena, “in forte vena sovrastrutturale”, forse anche lei sedotta al fine - e forse anche in barba al suo compagno, dalla “grande signora”.

Il racconto, fresco e spedito, è un ironico inno al capoluogo emiliano degli ultimi anni ’70. Per sua stessa genesi di breve racconto in chiave “alternativa”, rimangono volutamente fuori gli aspetti legati agli anni di piombo.

 

                                                                        (gm)

MIRACOLO A VILLAGRECA

…Evito la collisione, freno, testa coda, panico, attendo il botto… il booottooooo…  subbuglio mentale, frenesia sanguigna, cuore in gola, consapevolezza dello zero… il booottooooo aaaahhh, strozzato, paralisi, incoscienza, sorpresa, sensi catapultati nell’eludibile, percezione della sensazione di vuoto, materializzarsi del baleno, sballottaggio, stridore di freni, pibitziri,[1] mosca, zanzara, geco, formica… AAAAHHH! aaaahhh! aaaahhh...

Il problema è la radio… in colonia, il paesaggio collinare destabilizza la trasmissione, crea fruscii, scariche… Una lente ha interposta, tra se e l’occhio, una pagliuzza di evangelica memoria che rende instabile la vista… Il rumore soffocato del motore concilierebbe il sonno, l’attenzione viene e va come i pensieri intricati e simultanei, che variano nello spazio, nel tempo, nella terza e quarta dimensione, con musiche possibilmente dei Fifth dimension.

If carpe diem, allora dimensioniamo il tempo, per la necessità di comprenderne il trascorrere, del non poter afferrare il momento appena sfuggito, come vivere sul nulla perché tutto scorre e non si ha più niente. Così non possiedo l’esser là, perché poi sono lì… e, potrò mai dire d’esser qui?

The trip goes on… garage, benzina, cintura e radio non oltre il depuratore, fiancheggio il treno sconosciuto, privo di rotaie, segno delle croce non oltre il primo luogo santo, percepisco un profumo dei miei avi e vado oltre nel saliscendi di mammelle variegate, raramente generose. Capannelli soliti richiamano alla mente i dejà-vu empirici e nemmeno esternano commenti.

Oltre il ponte e oltre il cespuglio compromettente, mi appropinquo to Serzela, che ogni volta riedifico, poco prima di scalare a tavoletta russian mountains e appena dopo gestisco la gimkana tra la conquista del selciato uniforme e i contenitori ancora asciutti di pozzanghere.

Su questa terra concepita di nessuno, ma di pochi, fluttuo verso l’autobahn… e

Wir fahren fahren fahren auf der Autobahn, 

Wir fahren fahren fahren auf der Autobahn,

Wir fahren fahren fahren auf der Autobahn, 

Wir fahren fahren fahren auf der Autobahn, 

Wir fahren fahren fahren auf der Autobahn,

Wir fahren fahren fahren auf der Autobahn,

Wir fahren fahren fahren auf der Autobahn.......

In prossimità di Villagreca mi sovvengono suggestioni bizantine, vorrei girare per le vie alla ricerca di caratteri somatici ellenici residuali dell’antica colonia, imbudrìus[2] dai sudditi dae su[3] Judike de Kalaris, de piasanus e aragonesus.

Rallento… sono oltre il limite dei cinquanta orari… Si trovano raramente documenti precedenti al seicento, molto dice la chiesa di san Costantino Imperatore (!?). Chiedo a Sonia che storia è questa, ci si fa i santi in proprio! No, è tale solo per le chiese orientali… Scorgo il campanile normanno-arabo... e a destra il baluardo non ceduto e non sacrificato alla superbahn…

… su tziu annantis est lentu![4]

Si può avere la certezza dei santi? Mi sovviene di riflesso un flashback di santa Greca, un culto antico, diffuso, anche in chiese di altri santi… martire o monaca, nobildonna valenzana abbadessa “in monasterio et ecclesiae sanctae Grecae martyris in villa de Decimo”, trecento, nominata da Antonio delle Carte, avo di Renato, forse… I monasteri medioevali sorgevano quasi sempre a custodia di sepolture di santi.

… Troppo lento, mi sposto sulla sinistra, lo sorpasso… un gesto meccanico avvolto dai pensieri… Verso il 1560 l'arcivescovo Antonio Parraguez de Castellejo ordinò che la chiesa fosse restaurata, e durante i lavori tra le macerie fu ritrovata un’epigrafe marmorea contenente il nome di Greca. Solo a restauri conclusi, il nuovo arcivescovo Francisco del Val, verso il 1590, ordinò che l'epigrafe fosse riportata nella chiesa da cui proveniva. Nel 1618 l'arcivescovo Francesco l'Esquivel, riordinando il calendario liturgico della diocesi, sulla base della tradizione e dell’epigrafe, inserì tra le feste dei santi anche quella della "martire Greca". Nel 1624 il cappuccino Serafino Esquirro, diretto collaboratore di mons. Desquivel, pubblicò il testo dell'epigrafe.

Mercedes ha fatto la stessa valutazione… la scorgo casualmente nel retrovisore, ignorato dal touring tour in atto… Si scavò sotto l'episcopato di mons. Ambrogio Machin de Aquena….. …evito la collisione, freno, testa coda, panico, attendo il botto… il booottooooo…  subbuglio mentale, frenesia sanguigna, cuore in gola, consapevolezza dello zero… il booottooooo aaaahhh, strozzato, paralisi, incoscienza, sorpresa, sensi catapultati nell’eludibile, percezione del senso di vuoto, materializzarsi del baleno, sballottaggio, stridore di freni, pibitziri, mosca, zanzara, geco, formica… AAAAHHH! aaaahhh! aaaahhh...             

Un attimo saettante di lucidità, un attimo singhiozzante di riflessione, del flusso di vetture retrostanti, pensieri analoghi? Essendosi scavato l'intero pavimento della Chiesa, si trovò una sola tomba verso il centro dell'aula sul lato sinistro. Si trattava di un cassone in pietra coperto da pesanti lastroni, che conteneva uno scheletro femminile: per esclusione fu ritenuta la tomba di santa Greca. Le reliquie furono divise in due parti… 

Evito la collisione, freno, testa coda…

Il brusco movimento del volante congiunto alla frenata di terrore gli fece perdere il controllo dell’automobile, stridore di freni, sbandata, la vettura si stava capottando, poi ricadde in un movimento innaturale, prese diverse direzioni, impazzita… era inatteso, assurdo…

… Gravi conseguenze, gravi conseguenze, gravi conseguenze… la Mercedes prosegue… la fila di vetture davanti avanza freddamente, imperturbabile… Dietro, stessi pensieri? A bordo drasticamente interrotti… Nel 1882 il suo nome, assieme a tanti altri santi sardi, fu tolto dal Calendario Diocesano per volontà della Sacra Congregazione dei Riti, ma l'anno appresso, papa Leone XIII ordinava che nell'elenco delle feste, tra i nomi venerati con culto locale venisse reinserito anche quello di santa Greca, con la qualifica di martire. Con decreto del 15 maggio 1914, fu estesa a tutta la Sardegna l'ufficiatura dei "Martiri cagliaritani", tra i quali è ricordata santa Greca…

…Movimenti sconosciuti, indecisi, casuali, la macchina è di traverso in seconda corsia, destinata al guard-rail di mezzeria, ulteriormente sospinta dal tamponamento a catena, ai 130, 120 o 100, 90 km orari… un movimento ancora, miracoloso, la macchina si arresta, le gomme sono fumanti, bruciano, l’odore è nauseabondo, si spegne…

In lontananza sopraggiunge un’automobile bianca, perplessi, terrorizzati a bordo, rallenta, si ferma…

Accendo il quadro, incredulo, confuso, miracolato, metto in moto, riparto…

Note:

[1] cavalletta
[2] imbastarditi
[3]
del
[4]
il signore davanti è lento


 

 

BOLOGNA 1977: IN FORTE VENA SOVRASTRUTTURALE

Avevo ventun anni quando misi piede per la prima volta a Bologna. C'ero già stata più volte con l'immaginazione: le osterie di fuori porta, l'Osteria delle dame, le torri, Piazza Maggiore... fu qui che approdammo io e Antonio Cabiddu in un soleggiato e umido giorno di novembre ed era anche domenica.
Antonio aveva con se una serie di indirizzi cui rivolgersi per passare la notte. Stavamo facendo un giro per il Nord, in ogni città lui tirava fuori il suo indirizzario e trovava sempre qualcuno che ci ospitasse: compagni, amici, gruppi di estrema sinistra, radicali, anarchici o comunità di base... Quel giorno, appunto, trovammo alloggio presso la Comunità di San Procolo. Lui così attento al caso e fan dei Procol Harum lo reputò un segno del destino. Quella volta girammo in lungo e in largo il centro di Bologna. mostre comprese, poi finimmo a mangiare in un mediocre self service, il cui vino sofisticato sbronzò Antonio, tant'è che giunti in Comunità per la notte, appreso che vi si teneva un banchetto matrimoniale, dovetti bloccarlo perchè intendeva richiedere la ius primae noctis. Chiacchere, dormì tutta la notte.
Da allora per me Bologna diventò solo un luogo di passaggio nei miei spostamenti per Milano, Roma o Firenze.
Ci tornai due anni dopo ancora con lui, era il 1977, tempo di indiani metropolitani. Il movimento si riuniva a Bologna dando l'idea di un piccolo sessantotto. Più che un sessantotto fu un 69; era anche tempo di "Porci con le ali".
Antonio non era esattamente il mio ragazzo, lui ci teneva che io lo fossi "sua", io ci stavo ma preferivo essere libera e peraltro quel porco se la faceva con tutte quelle che gli capitavano.
Eravamo appena giunti alla periferia di Bologna in autostop, in quello che sembrava un viale paesano, provenienti da Milano, zaino militare in spalla, decidemmo di prendere l'autobus per il centro. Entrammo a fatica su quel mezzo pieno zeppo e solo dopo qualche fermata riuscimmo a raggiungere un angolo, per non essere soggetti al passaggio della gente verso l'uscita; ero pressata come una sardina, non osavo sapere da chi. Nè riuscii a sistemarmi davanti ad Antonio perché gli si era appiccicata, letteralmente, una tizia che pareva non avesse alcuna intenzione di spostarsi, anzi (non so esattamente per quale ragione, in quanto avevo perso contatto) i due pareva avessero attaccato discorso. Quando ebbi occasione di avvicinarmi, notai che il contatto tra le parti basse di lui e il fondo schiena di lei, persisteva, nonostante fosse oramai evitabile, anzi, quella troia approfittava di ogni sobbalzo del bus per spingere il suo culo all'indietro. La situazione era imbarazzante, decisi pertanto di attirare l'attenzione di Antonio, che mi sorrise indifferente spostandosi leggermente verso di me e togliendosi malvolentieri dalla posizione descritta innanzi. Anche lei si voltò...
"Questa è Angela, una compagna" si affrettò a dire lui, "E' disposta ad ospitarci stanotte". 'Brutto figlio di puttana' pensai, e non dissi nemmeno una parola. Lei mi sorrise, io la guardai in modo inespressivo.
Dopo non molto tempo ci fece scendere, eravamo ormai in centro. Era una bella donna, sulla trentina, vestita in modo elegante, borghese, in perfetta sintonia con lo stereotipo Bolognese. Compagna, grazie al cazzo, a Bologna...
Quasi avessero concordato la manfrina, Antonio stava dietro, mentre lei mi prese sottobraccio e ci guidò verso casa sua. Durante il breve tragitto parlò solo lei, mi disse chi era, cosa faceva, cercò di rendersi simpatica e di attenuare la mia ostilità malamente celata. Era sposata, il marito era un dirigente comunista, attualmente assente da Bologna per impegni di lavoro, ma lei simpatizzava per Lotta Continua ed era solita ospitare gente del movimento. La cosa non mi tranquillizzò più di tanto, non mi sembrava tanto compatibile con la danza del ventre che le avevo visto fare in autobus sul cazzo di Antonio.
"Ecco, siamo arrivati" disse, e si infilò dentro un portone, ancora sotto i portici, a poca distanza da piazza Maggiore. Si diresse verso l'ascensore che, una volta tutti dentro, fece salire fino al terzo piano. I due non persero l'occasione di sorridersi, poi entrambi cercarono e non trovarono il mio sguardo.
Entrati in casa, un appartamento borghese con tutti gli accessori di rito, ci accompagnò alla "vostra stanza". 'Meno male' pensai, 'almeno ci mette nella stessa camera'. Avevo voglia di farmi un bagno, ma non volevo lasciarli soli. Sembrava un problema irrisolvibile, finché Antonio non si diresse verso la doccia. "Vengo anch'io" dissi e mi infilai con lui dentro il box stretto. Il suo membro era eretto e avrei voluto sapere realmente a cosa ciò fosse dovuto. Prese ad insaponarmi e a toccarmi dappertutto, fino a penetrarmi con due dita, mi divincolai, ma lui insistette.
"Vedo che ti ha fatto eccitare senza rimedio quella..."
"Ma che dici. Sei tu che mi fai eccitare..."
"Non negare l'evidente. Sapevo che eri sensibile alle cacciatrici di cazzo, ma non avrei mai pensato che lo avresti potuto fare davanti ai miei occhi; con una sconosciuta... ed ora mi hai portato anche a casa sua."
"Senti Stefania, ho capito subito che si trattava di una com…"
"…di una puttana"
"No, sbagli. Vedrai, è una persona giusta! Diventerete amiche"
"Non ti avevo mai visto così socievole. Certe rotondità sono un portento anche per il più chiuso pastore di Barbagia…" .
Intanto continuava a masturbarmi, finchè me ne venni fregandomene dei suoi bollori per Angela, anzi nel culmine dell'amplesso urlai, ormai priva di freni inibitori, quasi volessi che anche lei mi sentisse, "Va bene scopatela, scopatela!"
Angela stava preparando la cena, il mio stato psicologico era mutato, poteva avermi sentito urlare, era imbarazzante. Il suo silenzio sembrava la conferma che avesse sentito.
A tavola Antonio e Angela cominciarono a parlare di politica, della situazione a Bologna, dei giri di lei, ma si guardavano sfacciatamente negli occhi senza distogliere lo sguardo l'uno dall'altra, ignorandomi del tutto, sembrava che da un momento all'altro dovessero alzarsi e sbranarsi senza ritegno davanti a me. Erano evidentemente eccitati, ma non accadde nulla. Lei peraltro si era messa in libertà e dal suo deshabillé erano evidenti delle forme femminili che ad Antonio seccavano la gola, in quanto più che mangiare continuava a bere vino.
Inaspettatamente Angela volse lo sguardo verso di me proprio mentre la stavo osservando. Fu uno sguardo indecifrabile, deglutì malcelando un certo disagio, poi mi chiese:
"Siete fidanzati... sì insomma che rapporto c'è tra voi?"
"Stiamo insieme da due anni, siamo entrambi sardi, ma abitiamo in due località lontane tra loro: io a Golfo Aranci, lui a Figus nell'oristanese ..."
"Si, ma siamo liberi. Così vuole Stefania...", volle precisare Antonio.
"Siamo liberi quando non siamo insieme" ribattei con una punta polemica, capendo l'antifona, e sul punto di fare una scenata, ma mi trattenni.
Angela sembrava aver avvertito il mio stato d'animo e cambiò discorso. Antonio ossessionato dall'idea di scoparsela, sembrava disposto a tutto. Io volevo vedere fino a che punto sarebbe arrivato e ormai non ero disposta a tollerare più di tanto. Non vedevo affatto in Angela una compagna, ma una bolognese godereccia che voleva farei fottere dal mio uomo contro ogni umana congettura. Iniziava una partita a scacchi a tre che non sapevo se avrei giocato fino in fondo.
Antonio fece la prima mossa:
"Io me ne vado a letto" disse, e ci lasciò sole.
Angela venne vicino a me, mi prese per mano e mi trascinò sul sofà, poi si alzò di nuovo e versò da bere per entrambe.
"Sei molto gelosa di lui?" osò.
"No, ma quando vuole andare con le altre, che viaggi da solo! Non può pretendere tanto..."
Mentre parlavo aveva cominciato ad accarezzarmi il collo facendomi ogni tanto provare un brivido, finché la guardai negli occhi per capirne le intenzioni, lei mi guardò come fece prima a tavola, ma più intensamente e insistentemente, quasi ipnotizzandomi; avvicinò la sua bocca alla mia e mi baciò, senza che io potessi o volessi impedirlo. Trascinata da una moltitudine di emozioni, mi abbandonai a lei che mi denudò e prese a baciarmi tutto il corpo. Provavo delle sensazioni contrastanti all'inizio: il timore che arrivasse Antonio, il disagio di darmi a quella che fino a pochi minuti prima voleva prendere il mio uomo, il sorprendermi a mio agio nell'amore saffico, la necessità di abituarmi a quella svolta improvvisa. Ma sotto i sapienti tocchi e carezze di Angela, smisi di pensare e provai a restituirle il piacere che mi faceva provare. Dopo avermi riscaldato a dovere, mi fece bruciare, penetrandomi con le dita e smettendo sempre qualche attimo prima che venissi; io ripetevo come potevo ciò che lei faceva a me. Poi avendomi straziato a sufficienza, decise di finire; prese a sgusciare più forte e più in fretta dentro di me e sapientemente, un attimo prima dell'orgasmo, mi venne sopra e continuò col suo sesso duro ciò che aveva iniziato con le dita, facendomi morire, e lei con me.
Non so se ci fu un mattino nuovo, se Antonio la punì la notte stessa, ferendola con un fallo ormai troppo grave per lei. Erano ormai banalità. Il suo corpo mi aveva plagiato e non desideravo più membro d'uomo.
Mi vidi trascinare per Bologna avvinghiata ad Angela, incurante di ciò che poteva pensarne Antonio.
Ancora in trance varcai la soglia del Palazzo dei congressi. Presi posto alla destra di Angela. Non vedevo più Antonio, deliravo. Intorno pellirosse in assetto di guerra, brigatisti rossi, redattori di Rosso, bandiere rosse, una marea di rossi.
Come un flash, ad uno sguardo verso la presidenza... era Antonio che parlava: "...per fare in modo che il fenomeno delle schedature politiche e della messa al bando dai posti di lavoro di compagni della nuova sinistra, abbia fine..."
In forte vena sovrastrutturale, allora, baciai Angela.