Gianluca Parravicini

Sono stato concepito ad Ancona verso la fine del 1969, per poi nascere, dopo sofferti ululati materni, a Milano il primo settembre del 1970. Una pessima reputazione scolastica, a pallone calciavo bene ma solo con il destro, ho avuto una nonna fantastica, la prima auto che ho guidato è stata una Peugeot 305, avevo 17 anni, era mezzanotte passata, non riuscivo a mettere la seconda marcia e sono riuscito solo a fare il giro dell' isolato. Ora scrivo storie noir impastate con una sostanza umoristica, poi affumicate sul braciere di una legnosa follia.

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Piccolo racconto di velluto

Sarò rimasto almeno 10 minuti a fissare quella vetrina e tutto per quella giacca di velluto rosso. Un incanto, era di un velluto a righe molto strette che sulle spalle cadevano ondulate tanto da sembrare dune del deserto, un deserto rosso di sabbia vellutata. Le tasche erano ancora cucite e avevano un piccolo risvolto che ne salvaguardava l'integrità fisica e morale, a guardia delle 3 candide e innocenti asole, 3 minacciosi bottoni grigio scuro. Dal taschino fuoriusciva timidamente, intirizzito dal sonno, un fazzoletto del colore dei bottoni e tutto questo per 145 euro.

No, non sono tanti 145 euro, se guadagnassi 700 euro potrei dirlo, così come potrei dirlo se ne guadagnassi 1000 di euro, ma non ho uno stipendio, non ho un reddito, non possiedo nulla che si riconduca al denaro, così posso anche dire che 145 euro non è tanto. Per me, precisamente non è niente, esiste solo quella giacca, quel velluto con quel colore, i soldi sono un articolo che non mi interessa. Basta che qualcuno mi offra il caffé e le sigarette, per il resto mangio alla mensa comunale vicino alla stazione Centrale e dormo al dormitorio di Viale Ortles, che cazzo sono i soldi?

Mi chiamo Massimo, avrei anche potuto scriverlo prima, ma che cazzo me ne frega del nome, i nomi sono come il denaro, servono per essere spesi, ma se uno non spende niente non servono a niente. Io sono io, sono quello che mangio, quello che piscio, quello che cago, sono uno che passa 3 ore la mattina seduto sulla panchina a scrivere e poi me ne vado in giro per la città a guardare le vetrine. Conosco tutte le vetrine dei negozi vicino alla stazione, so tutto, so quello che è esposto, ogni quanto rinnovano le vetrine, a volte mi ricordo anche il prezzo.

Il pomeriggio dopo il caffé e la sigaretta, vado in stazione, raccatto un po' di giornali e leggo. Lo so che qualcuno penserà che vita di merda fa questo, "oh… amico e com'è la tua"? Forse è solo più profumata della mia, forse la tua merda non si fa sentire ma c'è sempre. Io la mia la sento ogni giorno, la sento da questi pantaloni che puzzano, da questo golf, da questo giubbotto che indosso sempre e che non tolgo mai, mi piace salvaguardare la mia merda. Per strada ti rubano tutto, ma nessuno è in grado di rubarmi l'anima, quella è inavvicinabile, e a te amico che leggi… forse l'anima te l'hanno già portata via e magari te la fanno pagare in euro a rate senza interessi. A me nessuno chiede niente, nessuno vuole contaminarsi con me, ma non sanno che sono io a non volermi contaminare con loro.

La sera, quando il buio esce dalla propria tana, in stazione la gente corre verso la metropolitana e i taxi, io guardo seduto su una fredda lastra di marmo, loro non mi degnano neanche di uno sguardo, solo i bambini, solo loro osservano. Cazzo nessuno ha più la curiosità, vi hanno rubato anche quella. Così mi alzo, comincio a sentire i miei 58 anni, che sono tanti quando sto in piedi ma pochi quando sono seduto e cammino verso la mensa, verso la minestra, verso il formaggio, il pane e la frutta. E' una mensa che sa di dormitorio, così come il dormitorio sa di mensa, anche gli odori intrattengono rapporti tra loro, la gente come me si porta addosso anche l'olfatto della strada. Conosco rumeni, bulgari, marocchini, ci sono i tossici che rubano le posate, anche la crudeltà del mondo sa stare seduta a tavola. Poi scappo e vado verso il dormitorio, dove posso comodamente sdraiarmi per non sentire più i miei 58 anni, ma per sentirmi addosso quella giacca di velluto rosso.

Via vai

E' una giornata di sole e qualcuno urla a un bambino di fare silenzio. Una moto rompe la quiete della via, un ragazzo sbadiglia sul terrazzo, i libri di Raymond Carver sono ancora tutti lì, oggi nessuno ne ha comprato neanche una copia. Come in tutte le giornate di sole c'è poco via vai in libreria. A sempre meno persone piace perdere tempo, tra le tre e le tre e cinque ci sono cinque minuti di vita, un'eternità per le farfalle, alcune hanno già speso la loro verginità. Cinque minuti è anche il tempo in cui rimane abbassata la sbarra in prossimità di un passaggio a livello, poi si alza per dare spazio al via vai del traffico. Ieri ho visto un cane dedicare un minuto alla pipì, fatta in prossimità di un sacrario con un'immagine della Madonna, poco dopo si è inginocchiata una donna, poi due turisti hanno scattato una foto, il cane, marcato il proprio territorio con l'urina, poco più in là si guardava in giro, forse esterrefatto al vedere un essere umano inginocchiarsi al cospetto della sua urina. Il padrone di tutto quel via vai ora è lui.

La vita è un viaggio senza avvenire, scadono i passaporti, chiudono i bar, invecchia la pelle davanti alla televisione, l'ottimismo low cost è per tutti, i porti d'estate si gonfiano di turisti, nel buio delle coscienze, e nelle notti insonni attraccano anche i clandestini, in questo fluviale via vai che nasconde il tempo al tempo. Ci sono giorni infestati dalla cadenza di ore interminabili, orde di bulimici lavoratori, al passo di un militare via vai, riempiono i vagoni della metropolitana come il salame con i panini all'olio, la fretta è la mollica del pane. Da piccolo ci facevo le palline con la mollica, e senza fretta, a quel tempo, il tempo respirava da solo, ora siamo noi a doverlo far respirare, da solo non ce la farebbe più, è troppo gravido di impegni.

Da qualche parte nel via vai c'è qualcuno che aspetta, che sta fermo lì e guarda, spretato da tutto, disoccupato da un alfabeto che non gli appartiene, che sa dove andare proprio perché non sa dove andare. L'indirizzo del via vai è il via vai, tutti siamo seguiti dal tempo di qualche altro, il profitto, l'artifizio della bellezza, il lusso. Le strade dovrebbero chiamarsi a questo modo, via profitto, via della bellezza, via del lusso, invece che intestardirsi usando nomi di insigne figure storiche, proprio perché si vuole così prostituirle a un presente che non gli appartiene, volendo quindi legittimare questo tempo. Dove non c'è via vai chiude tutto, si abbassano le saracinesche, le città sono tenute in vita artificialmente dal denaro, le campagne sono vendute come benessere temporaneo, perché il fiume del denaro lì non scorre. Quella poca e infetta acqua rimasta, malata di un via vai che la sottrae dal suo corso fluviale, è la mancia che questo tempo lascia alle campagne.

D'improvviso il sole pare andarsene, le nuvole con quel loro via vai ne adombrano la presenza, in libreria un uomo tiene tra le mani un libro di Raymond Carver, è sulla quarantina, leggermente stempiato, a un piccolo zainetto nero sulle spalle, un cravatta che inforca una camicia di poco prezzo. Sfoglia le pagine con un sorriso quasi indolente, in tutto quel via vai cartaceo sembra scorgere qualcosa, ma non pare leggere, è solo in cerca di pagine, forse di parole, capoversi. Altri varcano la soglia della libreria, il sole è sempre più lontano, celato tra le nuvole, il suo smarrimento fa entrare ancora altra gente in libreria, forse la salvezza è lì, tra tutto quel via vai di storie raccontate dai libri e dai volti di chi li osserva. Siamo un po' tutti figli di una storia che racconta un'altra storia che racconta altre storie. L'uomo leggermente stempiato, sulla quarantina, si indirizza verso l'uscita, nascosto nella tasca della giacca ha il libro di Raymond Carver, apre la porta e rapidamente si allontana nel via vai della strada, ma questa è un'altra storia, altro via vai.

 

 

Le scatole ci precedono

Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, poi questa cosa che le sedie sono fatte per sedersi e non per alzarsi non l'ho mai capita. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, sicuramente anche stando in piedi non raggiungevo il tavolo, mi cullavo nelle vertigini dell'incomunicabilità, nascondersi sotto il tavolo è una delle poche gioie che la vita ci riserva, poi arriva l'adolescenza che rende brufolosa la vita. Ho un ottimo ricordo di tutte le volte che mi alzavo dalla sedia durante l'ora di pranzo, la maleducazione è un piatto che contiene molte calorie, per questo fare due passi per smaltirla non è mai una cosa sbagliata. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, chissà, forse quell'anno aveva vinto lo scudetto la Juventus, non so se avevo già dato un calcio ad un pallone. I piedi prima di diventare una base d'appoggio sono un ostacolo, la confidenza con il proprio corpo nasce osservando le mani, io ho subito voluto bene alle mie mani, erano la prima cosa che vedevo muoversi e che sentivo appartenermi, e poi non dovevo pagarci il bollo e l'assicurazione. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, forse fuori pioveva, sono nato in Settembre, e la pioggia si è sempre presa molte libertà in questo mese, immagino che per strada c'era traffico e magari qualche cane nella via dove c'era la clinica aveva fatto pipì ai bordi di un lampione e forse qualche auto aveva una multa per divieto di sosta. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, non so se quella sedia, nel momento in cui mi sono alzato può aver fatto molto rumore, mia madre sotto alle gambe delle sedie metteva sempre dei gommini che azzittivano i rumori, che trattenevano quell'istante, oltre che la polvere. Sotto i gommini di quelle sedie sono raccolti tutti i momenti della mia infanzia, sono stati la fotografia di un tempo che sfregiava la storia del pavimento, sono stati e sono la cosa più esatta che abbiamo in casa. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, sicuramente non ero solo in casa, sono stato da solo dentro il grembo materno per nove mesi, la placenta alimenta l'incomunicabilità un po' come la televisione, poi per i molti anni a seguire qualcuno non mi ha mai staccato gli occhi da dosso. La solitudine parla molto di se stessa, è l'ergastolo dei momenti, una medaglia da esibire e nascondere, ringiovanisce nel nostro invecchiare, noi siamo solo la sua "ricarica", per questo ci fa molto telefonare. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, e soprattutto non ricordo su quale sedia mi sono seduto la prima volta, la memoria ha rimosso quel particolare, del resto riuscire a risalire le pieghe della storia oltre che della propria colonna vertebrale non è una cosa facile. Non so quindi se in quell'occasione mantenevo, da seduto, una buona postura, se stavo dritto o se pregiudizialmente mi voltavo da qualche parte, non ricordo neanche quando ho iniziato a nascondere i moccoli del naso sotto la sedia, ma c'è stato un tempo molto lontano in cui pensavo che le sedie servissero anche a questo. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, sicuramente indossavo dei vecchi pantaloni, un golf consumato ai gomiti, e una camicia divenuta piccola in rapporto alla mia crescita, tutto ciò che non era più in condizioni di essere mostrato fuori casa, diventava agli occhi di mia madre indumento per stare in casa. Con il tempo ho capito che noi siamo solo degli escrementi secretati dal corpo della nostra casa, usciamo solo per liberare la casa dalla nostra presenza. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, non ricordo se c'era la televisione accesa, ricordo che era in bianco e nero, il colore era una supposizione, si guardava la tv senza accendere la luce, come al cinema, buio in sala, buio in casa. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, non ricordo cosa stavo pensando, i pensieri nascono per dimenticarne altri, i denti si lavano per far dimenticare alla bocca quello che l'ha attraversata, ci si bacia per allontanarci da noi stessi per poi ritrovarci su labbra altrui, le labbra sono un balcone affollato fatto anche per ritrovarsi a commentare l'ultimo tipo di burro cacao. Non ricordo la prima volta che mi sono alzato dalla sedia, forse ero arrabbiato, nervoso, allegro, triste, non so se sorridevo o ero semplicemente sereno, ora è tutto diverso, ora le scatole ci precedono….