Andrea Carlo Cappi

Nato a Milano nel 1964, nel 1991 è entrato nel mondo del giallo con un testo selezionato tra le opere in concorso presso il programma Radiodetective di RAI-RadioUno. Nel 1993 ha esordito come scrittore di racconti su Il Giallo Mondadori. Tra il 1995 e il 1996 si è occupato della selezione e dell'editing dei racconti italiani per Il Giallo Mondadori, curando tra l'altro Inverno Giallo 1995, la prima antologia interamente italiana pubblicata negli speciali stagionali della rivista. Tra il 1996 e il 1997 ha partecipato con articoli e inchieste ai dodici numeri della rivista Delitti & Misteri (Edizioni Raffi) e ha dato inizio alla collaborazione con G-La rivista del giallo (trimestrale da libreria edito da Il Minotauro).

Nel 1997 sono apparsi i primi romanzi dedicati ai suoi personaggi fissi: il Cacciatore, già protagonista di numerosi racconti, e Carlo Medina, già apparso in tre romanzi brevi sugli speciali stagionali de Il Giallo Mondadori. Il suo romanzo piú recente è Cacciatore di intrighi (E-Elle, 1998).

Le sue traduzioni dall'inglese comprendono romanzi di P.C. Doherty e Stuart Kaminsky, oltre a episodi della serie James Bond 007 firmati da John Gardner e da Raymond Benson. Dallo spagnolo ha tradotto opere di Paco Ignacio Taibo II, Andreu Martin, Juan Madrid.

Come critico cinematografico, ha collaborato con Pino Farinotti al Dizionario di tutti i film (Esedra, 1996) e tiene la rubrica Riflessi in uno specchio scuro su G-La rivista del giallo.

La sua home page personale si trova a questo indirizzo:
http://web.tiscalinet.it/cappi

Stetit puella

È la notte che lo fa uscire per le strade, in cerca di preda.

Lo so, lo sento.

Non avrei dovuto uscire questa sera, ma non mi andava di restare incollata alla televisione ad ascoltare i soliti notiziari. Per sapere cosa? Che il serial killer ha fatto una nuova vittima? Che nessuno è ancora riuscito a ricostruire il suo identikit? Molto rassicurante.

Forse è questo che vogliono: farci sentire assediati.

A loro, a quelli della televisione, piace che noi abbiamo paura, come se loro fossero davvero dietro uno schermo, al riparo da tutto quello che succede nel mondo reale.

E di sicuro, lui gode della nostra paura.

Lui non sta dietro lo schermo. Non è il personaggio di un film dell'orrore. Lui appartiene alla realtà. E a volte la realtà spaventa piú di qualsiasi fantasia.

Scommetto che non se ne perde uno, di notiziario. Scommetto che gli piace che tutti parlino di lui, ma che nessuno conosca il suo volto. Sa che può camminare in mezzo a noi, in mezzo alla gente comune, e decidere della vita e della morte di ognuno. Tu, vieni con me... e poi bang, sei morto.

Deve sentirsi onnipotente.

No, non è esatto.

Lui è onnipotente.

E io sono qui, in una strada poco illuminata, che me ne torno a casa a piedi perché la Panda ha deciso di fermarsi sul piú bello. Se almeno non fosse partita, avrei potuto chiedere un passaggio a qualcuno, fuori dal ristorante giapponese. Alla Teti, o alla Claudia, che abitano qui vicino.

Dio, mi si gela il sushi nello stomaco.

Io sono qui che cammino da sola, al freddo, nell'oscurità tra un lampione e l'altro, coi semafori che lampeggiano in giallo e i tacchi che marcano il ritmo. Una giovane donna sola in una città deserta. L'unico altro, qua fuori, a quest'ora, è lui.

Lo so che c'è. Sento che mi aspetta, da qualche parte.

Nessuno sa chi sia, nessuno sa che cosa voglia. Non è un serial killer come gli altri, che scelgono sempre lo stesso tipo di vittima perché vogliono vendicarsi del padre, della madre o dello zio che li ha violentati da piccoli. Lui non fa differenza: uomini, donne, giovani, vecchi.

A lui basta uccidere.

E se stasera toccasse a me?

Perché lui c'è.

Lo sento.

Stupida macchina che mi ha lasciato a piedi.

Stupida me che sono uscita di casa, magari per finire mangiata cruda come il sushi.

Le ultime vittime erano tutte in questa zona, intorno al parco. Uccise tutte con un colpo di calibro 45. Nessuno ha sentito gli spari. Nessuno fa piú caso a niente, in questa città.

C'è qualcuno.

Mi fermo davanti al bancomat.

Metto la mano nella borsetta e fingo di cercare la tessera, ma in realtà ascolto i rumori della notte.

Passi attutiti, calmi, regolari.

È lui.

Non ha fretta.

Lo vedo riflesso nel vetro.

Ha la pistola!

Sarò piú svelta di lui.

Estraggo la mia Smith & Wesson automatica M6-45, stringo il calcio con entrambe le mani e premo il grilletto. La pistola esplode un colpo assordante, il rinculo quasi mi fa cadere all'indietro.

Il proiettile lo ha preso alla gola, quasi sollevandolo di peso, per farlo ricadere di schiena. Il sangue sta inondando il marciapiede.

Scappo via.

Sembra morto, ma non mi imbroglia.

Lui fa sempre cosí.

Non mi imbroglia con quella sua uniforme da guardia giurata, come non mi ha imbogliato la settimana scorsa con quella da vigile urbano o due settimane fa con le treccine rasta. Per non parlare del suo capolavoro del mese scorso, il travestimento da vecchietta. Ma tanto non mi frega. Lo so che lui fa finta di morire, ma poi ritorna sempre a darmi la caccia.

Non me ne importa.

Finché una ragazza può contare sulla sua calibro 45, i serial killer come lui devono imparare a stare a casa loro. Chi si crede di essere, quello? Dio?