Fabio Paoletti

Fabio Paoletti è nato nel 1969 e vive a Bazzano, tra Bologna e Modena.
Fabio, che ama definirsi "Ingegnere ed Avventuriero", è laureando in Ingegneria Civile all'Università di Bologna, collabora con la prestigiosa Scuola di Architettura del Principe di Galles ed è autore di numerosi racconti disponibili su Internet. Ex paracadutista della Folgore, ha recentemente pubblicato, per le Effedue Edizioni di Piacenza, il suo primo romanzo, "Surfisti", un giallo dalle cupe tinte noir.
Suoi racconti sono stati pubblicati sul Corriere della Sera e su Il Foglio Letterario, per la collana Raccontando della Effedue Edizioni sta per pubblicare "Skarna" un racconto noir.
Il suo racconto "Ultimo Spettacolo" farà parte dell'antologia "Racconti senza rete" della Michele Di Salvo Editore
Non si preoccupa di essere etichettato come scrittore noir od horror.

Fabio Paoletti
Ingegnere ed Avventuriero
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L'estate di Roberto Baggio al Bologna.

Comparvero all'improvviso in una notte d'amore rubato al tempo. Bianche e lucide uscirono da un fosso colmo d'acqua piovana, squarciarono l'oscurità e mi cambiarono per sempre la vita. Era l'anno della cometa. Alta nel cielo si faceva ammirare tutta la notte. Era l'estate di Roberto Baggio al Bologna. Era l'estate dell'assassino con la balestra. Era il caldo luglio del mio servizio militare. Erano i giorni in cui Meredith Brooks cantava "I'm A Bitch", sono una puttana, ed era l'ultima licenza breve.

Arrivai in treno il venerdì sera alle otto. Venne a prendermi Corrado. Ci sopportavamo dalla terza elementare. Elementari, medie, liceo e quattro anni d'università. Sempre a sgobbare sui libri fianco a fianco, gomito a gomito. Sigarette mie, sigarette tue. Stadio, alcool, discoteca, cinema, vestiti, macchina. Avevamo sempre diviso tutto eccetto le donne. Il femminile era l'unico campo in cui avevamo gusti diversi. Una grande amicizia o una grande tortura. A volte il confine era sottile. Mi addormentai appena salito sulla sua Station Wagon. Venivo da una settimana di guardia armata. Tre ore di sonno a botta. Mi svegliai il sabato mattina alle dieci e mezza. Il solito qualcosa di cui avrei dovuto ricordarmi ronzava fra le pareti della mia testa. Arrivò Corrado, prendemmo il caffè e mi mostrò l'invito per il party pomeridiano. Il ronzio era spiegato. Casa Gevolani ore 16: annuncio del fidanzamento di Gianni Gevolani e Clara Bugnoli. A seguire rinfresco e orgia alcolica nel giardino di Villa Bugnoli-Malferrari. Una scusa per ufficializzare quello che tutti sapevano. Clara incinta di due mesi e matrimonio necessario. Arrivammo alla villa giusto per vedere l'inizio di un diluvio di proporzioni apocalittiche. La pioggia annullava il ricevimento in giardino mutandolo in un "tre stanze" party. Fu la grande fortuna della festa. Conoscevo meno della metà dei presenti. Costretti in poche stanze a socializzare, gli invitati attaccarono con vigore il mobile bar. Mi aggiravo captando discorsi a brandelli. In grande maggioranza gli uomini discutevano del grande colpo calcistico. Roberto Baggio al Bologna. Un affare incredibile o l'autobus diretto per la serie B. C'erano opinioni contrastanti. Qualche ragazzo dall'aspetto vagamente intellettualoide accennava all'ennesima crisi in un paese arabo. Le donne invece erano totalmente assorbite da un unico argomento. Leader indiscusso dei loro conciliaboli era Lui. L'assassino della balestra. Quattro vittime in settanta giorni. Tutte giovani ragazze. Tutte uccise con un dardo scagliato dritto nel loro collo.

Un tipetto minuto dagli irritanti capelli rossi preparava Coca e Havana Club a pieno ritmo. Bottiglie di Absolut Vodka cominciavano a fiorire nella sala. L'odore amico della marijuana avvolgeva le labbra di una mora dal seno spropositato. Il caldo, l'alcool e la musica anni ottanta. La gente era eccitata. Gianni, il festeggiato, si era tolto la giacca e con la cravatta a sbrindelloni si faceva intervistare da una bottiglia di gin in mano a due bionde da galera. L'ergastolo era un prezzo accettabile per una notte con quelle due. Eccitazione. Eccitazione e sesso. C'era odore di sesso. Inequivocabile. Lo stereo urlava "You spin me round like a record, round, round". Agganciai con lo sguardo Corrado mentre arpionava in un ballo la mora dal seno spropositato. Con quelle tette era per forza il suo tipo. Andai al bancone e mi riempii un bicchiere di vodka. Una ragazza dal fisico snello e atletico mi si fermò davanti. Prima di guardarla accesi una sigaretta. I suoi occhi verdi furono troppo per me. Era infilata a forza in un vestitino nero. I capelli a caschetto tinti di rosso mogano le incorniciavano il viso minuto. Mi chiese un Coca e Rhum. Le versai un Vodka e Havana affogato nel ghiaccio. Annunciò che era il drink migliore della sua vita. Le dissi che il suo collo era la cosa più sexy dai tempi di Brigitte Bardot. Mi chiese come mi chiamavo. Risposi chiedendole di sposarmi. Disse di sì e mi baciò. Parlammo per due ore bevendo Vodka e Havana Club. I suoi studi e gli impegni di volontariato. Il militare nei paracadutisti. I sogni. Gli incubi. Mi descrisse la sua casa ideale. La disegnai su un tovagliolo blu. La pioggia finì. Gianni era a pezzi su una poltrona. Dormiva tenendo in mano un bicchiere il cui contenuto era sparso sui pantaloni. Corrado era incollato alla bocca della mora. Tutti gli altri mi sembravano magri spettri che si allungavano su di me. Incominciavo a soffrire la situazione e volevo andarmene. Occhi verdi si allungò verso il mio orecchio. Disse che voleva infangarsi. Si alzò, mi prese per mano ed uscimmo in giardino. Camminammo abbracciati sotto gli alberi grondanti gocce di pioggia da ogni foglia. Ci baciammo e facemmo l'amore su un prato di acqua mentre il sole tramontava lasciando via libera alla luna. La cometa ricominciava a brillare nel buio. Infangata e felice mi chiese di accompagnarla a casa. Prontamente le offrii il mio braccio. I tornanti a finestrini aperti e aria fra i capelli erano qualcosa di inebriante. La notte era tutta per noi. Avevo di nuovo voglia di fare l'amore. Fu lei la prima a vederle. Le si sbarrarono gli occhi e prese a tremarle la bocca. Fermai la macchina e chiesi cosa non andava. Semplice. Aveva visto due gambe uscire dal fosso alla nostra sinistra. Ci pensai qualche attimo e decisi. Non si possono lasciare due gambe che escono da un fosso. Feci inversione e accesi gli abbaglianti. Poche decine di metri e le vidi. Bianche e lucide uscivano dritte come paletti dal fosso pieno d'acqua sporca. Posizione innaturale. Colore innaturale. Scesi dalla macchina convinto di vedere un cadavere. Ma loro erano troppo bianche ed io un idiota a lettere cubitali. Il tronco di un manichino. Uno scherzo cretino. Qualcuno nell'oscurità rideva di me. Salii in macchina e le appoggiai un mano sulla gamba per rassicurarla. Appiccicosa. La sua gamba, la mano, il sedile. Era tutto pregno di un liquido denso ed appiccicoso. Mentre silenziosamente tutti i tasselli andavano a posto mi girai. Le lacrime incominciarono a bruciarmi gli occhi. Bianco e lucido. Un lucido prisma di metallo che mi fissava. La freccia le aveva attraversato tutta la gola.