Noanda

Ognuno trova la propria arte nella danza, nella musica, nella fotografia,
nella vita di tutti i giorni.
Arte e' un soffio di purezza, un pensiero triste trasformato in un ricordo.
E' avere qualcosa di meraviglioso da dare.
Senza mai tirarsi indietro.

Chi sono?
Vorrei saperlo anch'io...
O forse no.
Sono il cavallo, signore, il cavallo che riesce ad andare dove non ti eri immaginato, che riesce a vedere cio' che non avevi visto e riesce, a volte, a salvare la partita.
Sono il cavallo che attacca il re quando meno se lo aspetta, prende traiettorie diverse dagli altri pezzi ed aggira l'ostacolo con maestria e fortuna.
Ed ogni tanto mangia. Ed ogni tanto viene mangiato, ma durante la partita non si tira mai indietro e cerca sempre la via che nessuno aveva pensato.
Il cavallo. Nero.

http://www.noanda.com
http://members.exploit.it/mione/noanda.htm

Londra

Due ragazzi ridono, di fronte a me, con aria divertita. I gomiti mi scivolano sulla tovaglia di plastica.
stata mai cambiata negli ultimi due anni? O mi appoggio sempre sulla stessa tovaglia? Prendo un piatto. Non mi chiedo piu’ se sia pulito. Lo riempio senza neppure sapere con cosa. E mi siedo.
"Ti spiace se fumo?" "Figurati, non c’ problema" Solo. Anche lui. Si accende la sigaretta e giocherella con la cenere, nel piattino di fronte a lui. Guardandosi attorno, ha l’aria di chi vede lontano. Di chi sta rivivendo qualcosa di piacevole. Ma passato, finito. Si gratta la fronte. Questo locale ti fa sentire il peso dei soldi. Di non averli.
Il ragazzo si alza per pagare. In cameriere cinese intanto pulisce il tavolo. Gli appoggia l’accendino sul pacchetto. Il ragazzo si mette il cappotto, ringrazia, prende le sue buste di plastica. Se ne va. La donnina che serve ai tavoli porta sulla fronte I segni del tempo. E del posto. Stampe di piroghe sul fiume appese alle pareti, sorrette da cornici nere in plastica opaca.
Pavimento piastrellato. Un miracolo. Le inglesi paiono tutte uguali. Stesso taglio di capelli, Stesso biondino cenere. Stesso trucco, Stessi orecchini insignificanti. Stesso gusto nel vestire. Come tanti manichini. Un po’ puttane. Ma solo nello sguardo. Anche stesso modo di mangiare. Come duchesse in declino.
Non ho piu’ fame. O forse non ne avevo proprio. Al mio fianco un’interessante conversazione sui cibi freddi. A volte meglio il silenzio, non trovate? Lei prova con qualche aneddoto divertente. Ma lui non coglie. E l’espressione di lei spiega gia’ come finira’ la serata…
E lui insiste parlando di cibo. Chissa’ perche’ sempre cosi’ difficile dire quello di cui si vuole veramente parlare. Una sigaretta. Dovevo chiedere se dava fastidio il fumo prima di accenderla? Mi sento lo stomaco pesante. Un lieve sonno. E le voci che si allontanano.
Meglio scendere in strada. Leicester Sq. Jamaicani suonano ritmi caldi. Nessuno si ferma. Un ragazzo mi sorride. Ed il ritmo aumenta. Balli vorticosi che ti restano dentro. S’insinuano e ti librano nell’aria fredda della piazza. Comincia a fermarsi qualcuno. Lievi tocchi al bongo. Battiti sporadici.
Come il mio cuore in questa notte d’inverno. Quante in coppie in giro stasera. Un indiano di fronte all’Empire scrive il tuo nome con I gessetti. Ogni lettera un’animaletto. Che idea. C’ una coda infinita. Curiosi o paganti? Intanto il ritmo di nuovo forte. Che freddo. Stanotte. Una ragazza grida forte un nome. Nessuna risposta.
Sono seduta sulle impronte delle mani di Patrick Swayze. Buffo no?
Un ragazzo urina nel parco. E parla con me. Non lo ascolto. strano poter decidere se capire o meno quello che una persona sta dicendo. Un uomo scalda la sua donna strofinandole il braccio.
Sua? Quante domande mi faccio stasera. Il ritmo rallenta di nuovo. Come in stasi. La piazza gia’ vuota.
Intonano una lieve nenia. Non inglese. Cosa sia non lo so. Ma non inglese. Un brutto ometto che mangia patatine mi fissa. E si succhia le dita unticce. Il ritmo mi prende, mi stringe, mi soffoca.
Appoggio la schiena alla cancellata. Quanta gente avra’ pisciato qui?
Vorrei ballare, come pazza. Seguire gli impulsi del mio umore. Ma a volte il protagonismo non un’ottima cosa. Un uomo a quattro zampe. Striscia a terra. Si muove solo con le ginocchia e scivola sulle mani. Un ragazzo mi ha spiegato che il ritmo africano che ti entra nel sangue e non puoi fermarti. Mi ha detto di scrivere che la cultura africana qualcosa che non conosci, che non puoi sentire se non gia; in te. Ed intanto, in piedi, roteava una bacchetta, guardando il cielo.
Ballano tutti scavalcando con le gambe il nulla. Agitando se’ stessi, volando ad ali spiegate.
Uno di fronte all’altro. Braccia aperte. Come galli in battaglia. Chini verso terra. Occhi negli occhi. Ho avuto una simpatica discussione con un senegalese. Abbiamo parlato di weed, erba. Di spaccio, del traffico di cocaina che sta dilagando in Italia e dell’ipocrisia dei bianchi inglesi. Di giorno con il naso nel computer, di sera nella "neve". E della polizia che con mezzo di grammo ti sbatte dentro un anno e l’altro mezzo lo tira su.
Ho vagato per le strade di Soho un’ora. Incrociando sguardi. Sorrisi. Dividendo un po’ di tristezza con I passanti. Pensare che TU per loro sei un passante fa riflettere. Ho bevuto un The caldo. Stavo tremando. Girando il cucchiaino non controllavo la mia mano. Ho deciso di tornare a casa. Attraverso Chinatown. Un ragazzetto mi ha schioccato le dita davanti agli occhi e riprende il suo cammino. Con passo sicuro. E lo sguardo da burla.
Il freddo continua ad infiltrarsi. Sottopelle. Ho rincontrato lo stesso ragazzetto un po’ piu’ avanti, verso Tothenam Court Rd. Mi ha subito abbracciato e si messo a fare il grand’uomo. Prince, si chiama ed ha 24 anni. O almeno cio’ che dice.
Si muove e parla come un rapper dei film di Spike Lee. Assomiglia a 2 PAC. Fara’ la stessa fine? Mi propone di fumarci assieme una canna. No, grazie. Non stasera. Continua la sua recita di uomo rapper. Dalla California, dice di provenire. Oro al collo ed al naso. Fuma tenendo il gomito verso l’altro e la sigaretta con pollice, indice e mano rovesciata. un buon attore. I suoi occhi brillano, mentre mi parla. Occhi di bimbo con il naso spiattellato nel vetro di un negozio di giocattoli. Ed il giocattolo sono io. Continuo a ripetergli che buffo e divertente. Lo prende come un complimento.
Lo era? Non lo so.
Mi eclisso dicendogli che domani lavoro. Mi propone di dormire a casa sua. una bella casa, aggiunge. Molto confortevole. No grazie, ripeto. Non stasera. Mi sono scoperta a cercare un’artista, dentro di lui. Ed in ogni ragazzo incontrato oggi. In ognuno cerco il lato positivo. Cerco l’unicita’ che ci distingue tutti. Ma non la trovo. Significa che non siamo unici? Cosa cercavano da me? Lo so cosa cercavano e mi sfiora un sorriso.
Ho comprato dei bulbi di lilla’, ieri. E stanno crescendo, piano piano. Posso intravedere I fiori, ancora verdini, tra le foglie. Questa arte. La vita.
Mi sento come un fiore reciso e messo in un vaso. Quando mi hanno tagliato, pensavo di morire. Poi mi hanno messo in un vaso. Non sono morta subito. Ma moriro’ presto. Bruciando le tappe fondamentali. Senza sentire il sapore della terra con le mie radici.
Metaforico, ovviamente.
Oggi stata una strana giornata. Alcuni ragazzi mi hanno fermato per strada. Mi hanno parlato. Mi hanno raccontato le loro vite. Tutti ragazzi di colore. Anche questo strano, no?
Si sono messi a nudo, svelati piano piano, raccontati con delicatezza. Hanno cercato I miei punti deboli. Giocando con le solite parole. Ma nessuno ha scavato dentro me. Non si sono nemmeno avvicinati all’argine del fossato. Sono stati gentili, qualcuno malizioso, qualcun’altro no. Tutti interessanti, simpatici. Ma io non faccio testo nelle valutazioni. Vedo solo il lato buono delle persone.
Il cattivo di solito mi appare dopo mesi.
Nessuno pero’ stato abbastanza. O forse sono io a non saper vedere le sfumature? Oppure a cercare l’impossibile? Sono sicura solo di essere qui, ora. E di essere viva. E li sto ricordando uno ad uno. E li ricordero’ ogni volta che leggero’ queste pagine.
Ultima sigaretta. Poi a letto. Nel mio iperspazio al confine del nulla. Dove sono regista di me stessa.
Ed anche nei sogni faccio foto sfocate. Forse non voglio nitidezza neppure in sogno. Non voglio essere traviata dall’apparenza, dall’esteriorita’, dai volti che rivivo nel limbo. Non importa. Domattina sapro’ chi era in volo con me, stanotte.